Il silenzio di Lenth

Autore: Luca Centi
Editore: Piemme
Prezzo: € 20,00
Pagine: 430
Un paio di premesse, innanzi tutto.
La prima, doverosa, riguarda il fatto che conosco da prima della pubblicazione del libro Luca -seppur in forma virtuale- quindi cercherò di essere obiettivo senza eccedere nè nel buonismo nè, per evitare il buonismo, nella critica feroce.
La seconda è che onestamente non mi aspettavo chissà cosa da questo libro di esordio, lo ammetto. E invece ne sono rimasto favorevolmente colpito.
Ora passiamo al sodo.
Dovrei cominciare con la trama… ci ho provato per molte volte, ma finisco sempre col raccontare il libro. E ciò non va bene.
Diciamo che il libro è un fantasy, che si svolge in un mondo sconvolto da una guerra lunghissima: da una parte stregoni e demoni, intenzionati a liberare il loro Dio Oscuro; dall’altra gli umani comuni.
Ci sono anche tre gruppi di incantatori (sacerdoti, anche se qui li chiamano maghi) devoti a tre divinità che li aiutano e favoriscono in cambio della loro fede, ma vivono in luoghi segreti protetti magicamente e isolati dal mondo esterno, impuro e malvagio.
Windaw è stato accolto in uno di questi villaggi benchè provenga dall’esterno e rechi in fronte un inquietante simbolo nero. Trattato come un estraneo e una creatura inferiore per tutta la sua adolescenza, ha solo il sommo sacerdote che si curi di lui. Sommo sacerdote che, per lui, è andato in segreto contro al suo stesso Dio, che gli aveva ordinato di sacrificarlo.
Perchè? Cosa può temere il Dio da quel ragazzo solitario così portato per la magia?
Nel frattempo, in un altro villaggio segreto una sacerdotessa scopre di essere una Custode, una creatura ormai leggendaria dotata del potere di combattere i demoni. Scopre però che il suo Dio la vuole morta, non fidandosi di una Custode, e si ritrova a dover fuggire nel pericoloso mondo esterno per salvarsi la vita.
Aggiungiamo a questo un’antica profezia, un’interessantissima concezione degli Dèi, quattro giovani ragazzi -i Custodi- provenienti direttamente dal nostro mondo e un buon ritmo nella narrazione…
Occhio però che è solo il primo libro della saga, e non è minimamente autoconclusivo. Anzi!
E ora svisceriamo un po’ l’argomento “Il silenzio di Lenth”…
Il silenzio di Lenth è un libro strano, mette alla prova i lettori: solo i meritevoli lo possono leggere, probabilmente.
E per scremare i lettori, per individuare i meritevoli, i primi capitoli sono caotici, confusionari. Tremendamente.
Capisco bene la necessità di fare un inizio di questo tipo, l’intenzione dietro alla creazione di queste più di cinquanta pagine. Ma dubito esistano molti scrittori in grado di rendere bene l’esperienza onirica che spinge ben quattro personaggi a incontrarsi e a trovare memorie ancestrali in sè. Quattro personaggi. A dirla tutta, dubito che sarebbe potuta venir fuori in maniera chiara anche con l’ausilio di strumenti grafici come in un fumetto o in un film… una persona si, quattro temo sia troppo.
Luca ci prova, ma per quanto mi riguarda fallisce miseramente. Onore al coraggio dimostrato, ma il risultato finale non cambia.
La mancanza di precisi riferimenti (un telefono, mezza macchina, il suono di un televisore) che cercavo affanosamente non mi faceva capire se fossimo in questo mondo o in un mondo fantasy già dai primi capitoli; l’alternanza realtà\spazio onirico e l’alternanza dei quattro personaggi rendeva tutto assolutamente ingarbugliato e incomprensibile; e poi i deboli dubbi che manifestano scompaiono subito… solo Gabriel manifesta un po’ di umanità, le altre tre dopo aver accettato le memorie sembrano essere diventate degli automi.
Si è capito che non l’ho digerito questo inizio?
Detto questo, ripongo il bastone per affilare la carota.
Perchè quando la parte “terrestre” finisce -e con lei anche la parte dedicata a quei personaggi, che in questo libro non compariranno più- si comincia a giocare sul serio. A questo punto si arriva abbastanza demoralizzati al nostro incontro con Lenth.
Il mondo di cui veniamo a scoprire poco a poco la storia, sentendone frammenti da varie fonti, ogni fonte che racconta una verità un poco diversa, modificata. Parti fatte passare sotto silenzio, omissioni, piccole modifiche… le informazioni ottenute inizialmente tramite Gabriel vengono col tempo integrate dal Sommo Sacerdote Kaas prima, e dal Guardiano poi.
Un mondo con credenze ben radicate, pieno di pregiudizi e di fanatismi.
Un mondo dove gli Dèi sono fin troppo reali, e fin troppo “umani” come modo di comportarsi.
Un mondo molto interessante, che ci viene mostrato poco a poco, e del quale ancora conosciamo poco.
Mi è piaciuta molto la concezione di divinità che compare in questo libro, sarà per il fatto che è simile a quella che ho sempre avuto riguardo alle divinità dei gdr.
Interessanti anche le concezioni diverse della magia a seconda che si parli di maghi (chierici! sacerdoti!) o di stregoni, e di come si è originata questa differenza.
Alcuni personaggi poi sono caratterizzati molto bene. Sopratutto Crysta, un personaggio interessante al suo esordio e che diventa sempre più bello quando si viene a conoscere il suo dono, che la costringe a vivere isolata. Ma anche Lea, più che altro nel finale quando finalmente gode di un po’ di sana introspezione: all’inizio sembrava solo una maga innamorata di Windaw, quando invece verso la fine si ferma a riflettere scopriamo il suo passato, la sua profondità come personaggio.
Altri personaggi invece rimangono in bilico tra la buona caratterizzazione e la funzionalità per la trama: Kaas, che per moltissimo tempo contravviene ai dettami di Lethe senza farsi particolari problemi morali; Julah che dopo l’incidente iniziale rimane immobile fino a quando Kaas non parte, invece di tentare qualcosa negli anni successivi; Keira che acquista spessore solo nel finale, mentre all’inizio e quando parte per la missione affidatale da Julah non mostra niente di particolare a livello caratteriale; generalmente, direi che i personaggi sono meglio caratterizzati man mano che ci si avvicina alla fine di questo primo libro. I dubbi di Goyah, le rivelazioni su Lea e Keira, gli stregoni, Scalth, Gludia…
Purtroppo però devo notare delle pecche di caratterizzazione proprio nel personaggio principale del libro, Windaw. Non che sia fatto male, ma manca quasi del tutto la sua interiorità, mancano quasi sempre i suoi sentimenti.
E non parlo della sofferenza per qualche morte, della rabbia verso il nemico, dell’amore per la ragazza… parlo di come il ragazzo cresciuto solo e schivato\schifato da tutti sia cresciuto in totale solitudine, ma la cosa non paia pesare minimamente su di lui se non quando si ricorda di essere stato sempre indicato come diverso, estraneo, intruso. O di come non sembra provare rancore verso gli altri, che invece provano quel sentimento verso di lui.
Cioè, mi viene in mente Naruto: altro maledetto, isolato fin dall’infanzia da tutti, potentissimo, destinato a grandi imprese. Alla fin fine tutti e due fanno quello che devono, ma Naruto è mosso dal sentimento di amicizia, di ricerca di affetto e amore, dal desiderio di rivalsa. Vuole dimostrare quello che vale realmente, vuole farsi apprezzare. Ribolle di emozioni.
Windaw invece sembra un libro di testo scritto da Lethe e dai sacerdoti, a parte quando reagisce a Fyerno. Perchè non si accenna a come viva la solitudine? Alla sofferenza, al dolore dentro?
Mi spiace, ma Windaw -per quanto mi piaccia come storia, come drammaticità, come destino- non mi convince per come è stata mostrata la sua caratterizzazione.
Che c’è, si intuisce, viene detta dall’autore quando spinge l’azione, quando presenta le situazioni… ma non viene mai mostrata.
Ecco, un lavoro alla Crysta e Lea su Windaw nel secondo volume sarebbe un’ottima cosa.
E sopratutto, Windaw pare quasi sempre passivo, rassegnato. Non lotta minimamente quando tutte le certezze della sua vita vanno in frantumi, non ha esitazioni. E’ qualcosa che si sentiva dentro? E allora andrebbe mostrato, se ci si limita a dire che se lo sentiva non si dice nulla…
Zoria, infine, l’altro personaggio importante del libro.
Anche lei cacciata dal suo Dio, anche lei in fuga da ciò in cui ha sempre creduto… ma lei ha goduto di una migliore cura nella caratterizzazione rispetto al ragazzo. I suoi dubbi sono stati mostrati gradualmente, fino a farle origliare la discussione e a farla fuggire. Con l’amico Scalth.
Dei nemici, incontriamo Lord Diacon che dovrebbe essere molto potente ma si rivela sopratutto molto scemo. Per fortuna a bilanciare le cose c’è la temibile e macchinosa Gludia, questa davvero da temere.
Un’ultima critica che posso fare è relativa al comportamento di Lethe.
Capisco che voglia Windaw morto, e capisco non possa mandare a quel paese tutto il villaggio. Ma saranno passati quanti, sedici-diciassette anni da quando Windaw è arrivato? E fino ad allora non fa nulla? Non sarebbe bastato togliere il suo favore a Kaas e a chi gli era fedele?
In questo modo avrebbe mostrato che il Sommo non parlava più per lui, e non avrebbe avuto problemi. Invece si è voluto complicare la vita…
Uhm, riguardando la recensione, mi sembra di aver più che altro elencato cose negative. Lo sapevo che consocere l’autore mi avrebbe condizionato nella recensione…
Sia ben chiaro, a parte il problema della parte iniziale che non ho sopportato, le altre questioni -caratterizzazione di Windaw, alcuni personaggi troppo piegati alla storia, il cattivo che si fa scappare pietra e preda dalle mani- sono secondarie, e durante la lettura passano volentieri sotto silenzio.
Perchè il ritmo è buono, e lo stile asciutto tiene focalizzata l’attenzione sulla storia. Una storia che procede rapida, senza divagazioni non necessarie al corso della medesima. L’autore sa dove vuole andare, e ci punta senza esitazioni.
Questo a discapito magari di alcune descrizioni, o di qualche momento di introspezione, o anche solo di qualche momento più leggero, di qualche scena inutile ma quotidiana. Comunque funziona, il libro scorre via benissimo e tiene catturata l’attenzione fino alla fine. Un paio di morti mi hanno fatto rimanere male, una in particolare mi ha fatto intristire… e quando questo succede è sempre un buon segno per il libro, significa che sta appassionando.
Ah, un’avvertenza:
la fine, mannaggia a Luca, non avviene dopo uno scontro, o comunque in un punto morto… no, avviene in un momento critico, all’apice di una serie di eventi… quando ho finito il libro mi sono quasi arrabbiato, sapendo che il secondo libro non è ancora pronto. Luca, se leggi questa recensione… non stare a perdere tempo girovagando su internet, vai a scrivere!
Voto: 7/10
Blood engines
Autore: T. A. Pratt
Editore: Spectra
Prezzo: $ 6,99
Pagine: 368
Urban fantasy con maghi e creature sovrannaturali nell’epoca moderna, ambientato in contesti cittadini, protagonista femminile.
A cose normali, questi elementi insieme mi avrebbero fatto temere l’ennesimo urban fantasy incentrato su una investigatrice immischiata in materie occulte, e probabilmente frequentatrice di vampiri. Ormai sembrano voler (ri)percorrere tutti questa strada.
Ma sono bloccato qui, in una stanza riscaldata da troppi pc accesi, costretto ad attendere che le macchine facciano dei test per prendere atto dei risultati e far partire altri test… così ho tirato fuori gli e-book presi da Suvudu tempo fa, tra cui questo Blood Engines.
Perchè no? mi sono chiesto, e ho cominciato a leggerlo.
L’ho divorato. Non che avessi molto altro da fare, ma se fosse stata una brutta lettura l’avrei anche abbandonato.
Intanto, una doverosa precisazione.
Blood Engines NON è un urban fantasy scopiazzato come temevo. E’ a suo modo originale, e questo è un bene.
Per cominciare, niente vampiri. Nè licantropi. I protagonisti sono maghi. Stregoni. Incantatori. Di un’inifnità di tipi diversi: piromanti specializzati in incantesimi di fuoco, necromanti, tecnomanti… ogni tipo di mago è individuato da cosa gli dà potere, sia questo del fuoco, del movimento, l’energia sessuale, l’attività di una città. Il Blood engines del titolo sarebbe semplicemente il raccogliere energia tramite il sangue (altrui): il sangue visto come fonte primaria di vita ed energia, e il sacrificio come modo per radunare queste enormi energie.
La protagonista, Marla, non è una detective. E’ un’incantatrice. Per niente raffinata, una delle poche a non essersi mai voluta specializare in un tipo solo di magia… nella magia come in tutte le altre cose, prende da ogni campo quello che le può tornare utile e lo asimila, utilizzandolo quando necessario. Capace di fare di tutto, ma senza eccellere in niente.
E’ anche l’incantatrice a capo di Felport, città che è sotto la sua protezione e che gestisce tenendo sotto controllo la popolazione magica e i rapporti di potere tra i capi delle varie zone.
Il libro però si svolge a San Francisco.
Infatti un’incantatrice di Felport, che mira a prendere il posto di Marla, sta per lanciare un incantesimo in grado di distruggerla. L’unica speranza di sopravvivere per poi sistemare definitivamente la questione con la suddetta incantatrice è usare i poteri di un potentissimo artefatto che si trova in quella città, e di cui un suo vecchio amico è diventato il custode.
I problemi cominciano quando scopre che l’amico è morto, e le cose peggioreranno di pagina in pagina mentre Marla si fa nemici un potente incantatore cinese, un vecchio dio-serpente e un sacerdote di un vecchio e sanguinario dio-rana atzeco. Oltre al fatto che intorno a lei i più potenti incantatori di San Francisco muoiono come mosche.
Ad aiutarla in questa ricerca che è una corsa contro il tempo, e che la porterà a dover salvare anche San Francisco e il mondo intero, c’è l’amico Rondeau (un parassita psichico di origine sconosciuta dotato del potere della maledizione e che lei ha conosciuto quando aveva preso possesso del corpo attuale) e nel corso del libro si uniranno il veggente B e un mago leggendario.
La storia è buona, senza grandi forzature, e i personaggi sono tutti molto interessanti (a parte Susan, che qui appare parecchio stereotipata…)
Molto interessanti la scelta della magia simpatetica con tutte le sue limitazioni -già viste anche ne Il nome del vento, quasi identiche- e i vari metodi di raccolta delle energie magiche.
I punti deboli della storia sono i maghi di San Francisco (quelli che non sono deboli e codardi sono deboli e troppo sicuri di sè) e il pornomante, che oltre a sembrare un (doveroso?) tributo a chi nell’urban fantasy cerca a ogni costo del sesso (che nei libri con vampiri e investigatrici di solito è molto presente) sembra anche ispirato da certi hentay.
Cioè, radunare energia magica dall’energia sessuale che scaturisce dalle orgie che si tengono nei piani inferiori della casa sa MOLTO di hentay… bah!
Comunque nel complesso è una buona storia, che si lascia leggere facilmenete e in modo molto scorrevole. Non si può non provare simpatia per Randeau e B, ottimi personaggi, e Marla è infinitamente meno antipatica di altre eroine degli urban fantasy. Anche perchè lei di eroina ha ben poco, i suoi unici desideri sono restare in vita e difendere la sua città…
Questo libro (ripeto, disponibile gratuitamente in formato elettronico nella libreria virtuale di Suvudu) è il primo di una serie di -per ora- tre libri, tutti dedicati ovviamente alle vicende di Marla.
Voto: 7/10
