La torre di Tanabrus

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M il figlio del secolo


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M il figlio del secolo – Antonio Scurati – 2018, Bompiani – €24,00

Fin dalla sua uscita ha destato parecchio scalpore questo nuovo libro di Scurati. Un libro che si prefiggeva il risultato di raccontare i primi anni del fascismo e del suo fondatore, dal 1919 al 1924, attenendosi solamente ai fatti e senza dare interpretazioni, senza abbandonarsi ad accuse o ad apologie.
Ha destato scalpore perché i critici vi hanno da subito visto quello che volevano vederci (un libro chiaramente antifascista o un libro di riabilitazione a seconda della campana), ma soprattutto perché in poco tempo sono stati evidenziati diversi errori nel testo, alcuni più insignificanti, altri molto più marcati.

Lasciando perdere la questione del fascista/antifascista (che a mio avviso non ha ragione d’esistere visto che mi pare ci si attenga abbastanza all’obbiettività, per quanto si tenda a lasciarsi un po’ andare talvolta nei capitoli che seguono Mussolini), è più interessante la parte degli errori.
Questo perché se un autore inizia il libro con una prefazione che recita

Fatti e personaggi di questo romanzo documentario non sono frutto della fantasia dell’autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte.

e poi mi commette errori gravi, un poco si ridicolizza. Almeno, avendolo io comprato poco dopo l’uscita e avendolo poi letto solo nei giorni scorsi, conoscendo quindi già tutta la polemica feroce su questi errori, a me è venuto da ridere appena lette queste righe.
E non ho potuto fare a meno di chiedermi quanto ne sarebbe uscito sminuito questo libro, dall’inaccuratezza storica di un volume che si fa vanto invece proprio di essere accuratissimo e di presentare solo fatti e dialoghi documentati.

Allora, ecco la mia opinione al riguardo. Opinione di semplice lettore, chiaramente: non sono uno storico né uno studioso, e anzi confesso di avere parecchie lacune proprio sul periodo storico in oggetto, vuoi per lacune scolastiche relative ad anni trattati sempre con grande superficialità e velocità onde evitare polemiche, vuoi perché ancora sono anni di cui risulta difficile parlare con la dovuta obbiettività.
Parecchi di questi errori mi sembrano più che altro disattenzioni di poco conto: il nominare gli elettricisti del teatro a fine ottocento o le telescriventi agli inizi del novecento sono elementi chiaramente di contorno, il purista può storcere il naso e lamentarsene ma non creano danni.
Volendo anche altri errori indicati, compreso il ragazzo che si rivolge a Croce dandogli del professore, li vedo come errori su cui si può evitare di infierire.
Altri invece sono più gravi.
Una lettera la cui attribuzione e datazione renderebbero un matusalemme lo scrittore, l’errata paternità del discorso La grande proletaria si è mossa (di Pascoli, ma qui attribuita a Carducci), fino ad arrivare all’errore probabilmente più grave, quando si sbaglia la data della disfatta di Caporetto. Proprio nelle prime pagine, che teoricamente dovrebbero essere quelle meglio revisionate.

Una brutta prova dei revisori del libro, oltre che motivo di vergogna per l’autore.
Questo è indubbio.
Ma la mia domanda era: questi errori gravano troppo sul libro? Gli tolgono qualcosa, a parte l’aura di sacralità dovuta al “è tutto vero e documentato, controllate pure”?
E la mia risposta è no.
Ci sono errori leggeri ed errori più gravi, certo, ma alla fine riguardano dettagli. Importati quanto si vuole, ma dettagli.

Se non salteranno fuori errori marchiani sui fatti e sui personaggi che sono il cuore del libro non mi straccerò le vesti su questi. Ne risente la mia valutazione finale, ma a parte questo non mi creano troppi problemi.

Terminata la doverosa parte sugli errori, posso parlare del libro.
Un libro inquietante e in buona misura terrificante, che ha il grandissimo pregio di contestualizzare la nascita del Fascismo.
Siamo nel 1919, e ci viene mostrata l’Italia uscita dalla prima guerra mondiale. Un’Italia divisa ferocemente tra pacifisti e interventisti, con accesi scontri tra le due fazioni anche a guerra ormai terminata. Un’Italia in cui i reduci di guerra, una volta terminate le ostilità, si ritrovano costretti a tornare a una vita che non riesce più a soddisfarli, o che più spesso è sparita. Feriti e mutilati, umiliati, rabbiosi. Da eroi nazionali a ombre da dimenticare quanto prima, i reduci sono un movimento di cui tenere conto, e proprio Mussolini sarà uno dei primi a farlo.
Mussolini che però, con i suoi fasci, è un movimento minuscolo, insignificante. In questi inizi il vero gigante interventista è il poeta D’Annunzio, idolo delle masse, il letterato più famoso del paese, un uomo che si era erto a mito e dalle cui labbra i soldati pendevano.
E poi abbiamo i socialisti, i vecchi compagni di Mussolini che lo avevano espulso per le sue idee interventiste, sempre più attivi e violenti, spronati dalle rivoluzioni che in Europa stanno scoppiando, sulla falsariga di quella russa.

Questo è l’ambiente in cui si sviluppa il fascismo, con la borghesia e gli industriali terrorizzati dalla minaccia costante di scioperi generali in tutti i settori, e dalla promessa di una rivoluzione comunista prossima a venire, ma che non arriva mai: tentennamenti, ritrosie, piani politici. Un pantano tipicamente italiano nel quale annega ogni volta la rivoluzione, la cui ombra ottiene un unico risultato: legittimare il fascismo, visto in un’era di pericolo come unico scoglio alla marea rossa.
Un fascismo che è poco più di un movimento violento spalleggiato da politica e forze dell’ordine, lieti di avere questi picchiatori esperti, formati da reduci di guerra e da delinquenti, a frapporsi tra i cortei degli operai e la vita comoda e tranquilla del resto dell’Italia.

La violenza risponde alla violenza, ma da una parte c’è la violenza di chi sopporta ingiustizie da una vita intera, dall’altra quella di chi ha passato gli ultimi anni a strisciare verso le trincee nemiche armato di pugnale, o di chi vive nei bassifondi e uccide con noncuranza. La differenza è enorme, e l’esito è scontato.

Vediamo la difficile coesistenza tra il pragmatico Mussolini (che cerca costantemente di ricucire il legame con il suo passato socialista, senza mai riuscirci sia per l’ostilità degli ex compagni sia perché gli eventi spingono naturalmente il fascismo verso gli oppositori del socialismo per poter sopravvivere) e l’idealista D’Annunzio, che si sublima con la presa di Fiume.
A scuola avrò letto forse tre righe relative a questo evento. Qui si spiega per bene cosa ha fatto il poeta, la Repubblica che ha creato, una sorta di Babilonia idealista e autoidealizzata, un Paese delle Meraviglie che si era costituito sfidando Nazioni Unite, Italia, Jugoslavia con sfrontatezza, malgrado la sua stessa impossibilità di esistere, retto da un governatore incapace di governare, popolato da artisti e soldati. L’assurdo reso norma.

E poi si procede, con la politicizzazione del fascismo, le lotte interne ed esterne, fino ad arrivare al tristemente famoso omicidio Matteotti.

La cosa che fa veramente paura, a parte leggere come poco a poco sia diventata normale la violenza e siano stati tutti contenti di cedere parte della libertà in cambio di un senso di sicurezza, è notare le non poche affinità col presente.
Un movimento popolare che diventa partito, per buona parte del tempo privo di valori ben precisi, ideali o una linea programmatica chiara per meglio potersi adattare alle circostanze, affermare tutto e il contrario di tutto, tenersi aperta ogni strada e ogni possibile alleanza temporanea. Il Fascismo flirtava con il socialismo e si appoggiava agli industriali, predicava la necessità di cessare con la violenza che usavano solo per difesa, e al contempo assaltava le case del popolo con squadre armate, in piena notte, bastonando e fucilando gli oppositori politici, stringeva accordi di governo con ogni partito per tenere tutti sulle spine mentre organizzava la marcia su Roma per prendere il potere con la forza.
Un’assenza di principi e una fluidità che mi ricordano qualcosa.
E poi i grandi proclami per eccitare la platea, malgrado i fatti fossero piccoli se non direttamente inesistenti, con la consapeolezza che i fatti non contano, bastano gli slogan per far felice il popolo. La riscrittura del passato, con la negazione della realtà, il bipensiero, il veto ai giornali di diffondere certe notizie, l’accusa a chi cerca di parlare della realtà di starla mistificando.

Addirittura si arriva a un parlamentare fascista che in aula, davanti a un Matteotti che coraggiosamente opponeva alla propaganda i fatti inoppugnabili, citando nomi e date, numeri e leggi, gli risponde urlando Questo lo dice lei!

Insomma, una lettura importante e quasi necessaria, che scorre velocissima per essere di oltre ottocento pagine.
E che pesa sul lettore, quando questi si ferma a fare qualche rapido confronto tra il secolo passato e quello presente.

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23 dicembre 2018 - Posted by | Scurati Antonio, Uncategorized | , , , , ,

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