La torre di Tanabrus

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Uomini senza donne


Uomini senza donne, Haruki Murakami, 2014 – Einaudi, € 12,00

 

Con questo libro mi sono ritrovato strattonato in direzioni opposte da alcuni dei miei principi cardine nella lettura.
Da un lato, il libro è di Haruki Murakami, uno dei pochissimi autori per i quali ritengo di provare una vera e propria venerazione. Uno dei suoi pochi libri che ancora mi mancavano, non potevo certo lasciarlo indietro quindi.
Ma dall’altro, si tratta di un libro di racconti. E per quanto sul singolo racconto io non abbia preconcetti né avversioni particolari, quando ci si trova tra le mani una raccolta di racconti è quasi certo che la qualità risulterà parecchio altalenante. Si avranno racconti buoni, racconti passabili e racconti che non piaceranno. E di solito il giudizio complessivo sul libro si limita a una sufficienza, a un “si, c’era qualcosa di bello, ma anche qualcosa di brutto… alla fine, mediamente, il risultato non è niente di che”.

Avrebbe prevalso la magia della prosa di Murakami, o la triste realtà della regola dei racconti, cioè il livellamento intorno alla sufficienza?
Spoiler: vince la seconda.

Alla fine, per quanto le raccolte di racconti mi risultino maggiormente apprezzabili e digeribili quando, come in questo caso, sono percorse da un tema conduttore che unisce tematicamente tutte le storie, il giudizio finale è stato poco più che sufficiente. Alcuni racconti mi sono piaciuti, altri erano accettabili, uno mi ha lasciato parecchio perplesso.

Il tema è la condizione dell’uomo senza donna.
Che, si badi bene, non è la condizione dell’uomo single, né quella dell’uomo a caccia di una compagna.
Per Murakami, l’uomo senza donna è una variante particolare. E’ l’uomo che ha amato completamente e in maniera folle una donna, ritrovandosi poi a distanza di tempo (che può essere più o meno lungo) da solo, senza più la sua presenza al fianco.
Questa sparizione può essere dovuta a molteplici cause, dalla morte dell’amata alla fine naturale della relazione, fino al tradimento.

E questi uomini Murakamiani, che avevano amato totalmente arrivando ad annullarsi nell’altra, a completarsi in lei, una volta rimasti soli accusano il colpo. Perché per loro non ci potrà essere più nessun’altra, e rimarranno soli a vita. O, se troveranno un altro amore, un’altra storia, un’altra donna… vivranno questa storia (che comunque non sarà mai quella passata e perduta) con la paura costante che finisca di punto in bianco, che anche questa nuova donna svanisca e li abbandoni.

 

In questi sette racconti l’autore analizza diverse combinazioni possibili, mostrandoci anche -e soprattutto- come l’uomo può reagire a queste situazioni.

Abbiamo Kafuku, il protagonista di Drive my car, il primo racconto, che dalla morte della moglie si è dedicato esclusivamente al lavoro e alla recitazione, non ha amici, non ha interessi. Per lungo tempo non ha neanche più guidato la sua automobile, troppo piena dei ricordi di lei.
Ma ha anche, una volta morta la moglie, cercato l’ultimo dei suoi amanti per stringerci amicizia. Per conoscerlo e tentare di comprendere perché lei non gli fosse stata fedele quanto lui era stato, perché si fosse allontanata, perché avesse continuamente cercato queste relazioni esterne ed estemporanee.
Un’amicizia assurda e improbabile tra un uomo e l’amante della moglie defunta, entrambi innamorati della donna ormai morta, entrambi consapevoli del ruolo dell’altro nella sua vita, ma sempre attenti a non dichiarare mai apertamente all’altro tutto questo.

Abbiamo il narratore di Yesterday, che ricorda la storia d’amore particolare tra Kitaru e Erika, insieme fin da piccoli, destinati a un radioso futuro insieme. Ma poi tenuti lontani dai tentennamenti di lui, dal desiderio di nuove esperienze di lei. Dal volere cose diverse. Entrambi sempre al centro dei pensieri dell’altro, ma quasi senza volerlo sempre più lontani. Due percorsi probabilmente destinati prima o poi a riunirsi, ma solo dopo una serie impressionante di diversioni.

 

In Organo indipendente torna il tema del tradimento, ma qui reso molto più doloroso: Tokai stesso, il protagonista, ne è un esperto, dato che abitualmente fa da amante per donne fidanzate o sposate. Non vuole relazioni stabili o impegnative, vuole solo godere del piacere dell’intimità con donne belle e interessanti, bearsi della loro compagnia, ricoprirle di attenzioni e garantire insomma una mutua soddisfazione per questi incontri clandestini.
Finché però non avviene l’inconcepibile, e si innamora. Si innamora follemente. Ne è consapevole, vorrebbe fermarsi, tornare indietro, ma ormai è impossibile. E quando diventerà un uomo senza donna, la sua reazione sarà estrema, molto diversa dalla vita grigia e spenta del primo racconto o dall’irrequieto vagabondare per il mondo alla ricerca di stimoli del secondo.

 

Shahrazad è un racconto più tipico di Murakami. Mistero e assurdo vanno a braccetto, in questa storia che ci mostra la vita inconcepibile di Habara, che non si sa bene perché vive recluso in una non meglio specificata Casa, aiutato da un’organizzazione che gli invia una donna per portargli la spesa, tenergli d’occhio la situazione della casa e, probabilmente, soddisfare le sue esigenze corporali.
Una donna che, dopo aver fatto l’amore, passa del tempo a letto a raccontare. Storie, frammenti di passato, sogni. E questi racconti dopo l’intimità sono la parte che Habara preferisce, la parte che teme di perdere nel caso in cui lei non torni più. Più del sesso, più della sopravvivenza dovuta agli alimenti che lei porta.
Un terrore di perderla che dura da quando lei va via per tornare alla sua vita, fino alla sua visita successiva.

Anche Kino è molto Murakamiano, come racconto.
Assurdo e sovrannaturale, ci mostra il classico protagonista delle sue storie, Kino in questo caso.
Un uomo tranquillo e anonimo, con una moglie, una casa, un lavoro cui si dedicava con onestà e impegno.
Finché tutto non gli crolla addosso quando, rientrato in anticipo dal lavoro, trova la moglie a letto con un suo amico e collega.
C’è il tradimento (di lei e di lui), c’è la rabbia e la vergogna. Ma non troppi.
Kino mette a tacere senza neanche accorgersene i suoi sentimenti, cambia vita e apre un bar. Un locale che non va troppo bene, ma il giusto per sopravvivere. Un locale dove lui cucina e fa i cocktail, e dove mette la musica tratta dalla sua collezione privata di jazz (ovviamente).
Finchè non arriva una strana donna che lo seduce, per la quale prova sentimenti ambivalenti: non la vuole vedere, ne è quasi spaventato, ma al tempo stesso la desidera e la vuole.
E da quel momento il gatto che sembrava proteggere il bar scompare, i serpenti spuntano tutto intorno al locale, e l’avventore misterioso che in passato lo aveva difeso da dei delinquenti gli dà un criptico avviso, a cui lui crede immediatamente. Demoni e spiriti protettori, un uomo che ha smesso di provare sentimenti svuotando il proprio cuore e rendendosi preda ambita per demoni alla ricerca di cavità profonde dove nascondere il loro, di cuore.
Simbolico e intrigante. Come dicevo, Murakamiano.

 

Tocca poi, purtroppo, a Samsa innamorato.
Una rivisitazione delle Metamorfosi di Kafka, dove però Samsa diventa umano, si risveglia come uomo appena formato. In una casa deserta, in una città invasa da un esercito straniero.
Un racconto che sarebbe interessante, non fosse che il  legame con il tema portante della raccolta è tenue a volergli fare un complimento… la ragazza c’è, una fabbra gobba e sospettosa, la cui vicinanza risveglia pulsioni istintive nell’ancora innocente e ignaro Samsa. Ma definirlo “uomo senza donna”, dopo aver parlato con lei per pochi minuti, è un tantinello eccessivo.

 

Infine, il racconto finale dà il titolo all’opera. Uomini senza donne.
Una telefonata in piena notte, la notizia -data dal marito della donna- che una ex fidanzata del narratore si è suicidata.
A parte le domande che gli rimbalzano in testa (perché chiamarlo? Perché proprio lui? Perché tante sue ex compagne si sono suicidate?), la telefonata è la scusa per vagare con la mente nel passato, ricostruendo una storia d’amore travolgente e tempestosa, arrivata probabilmente troppo tardi per entrambe le parti in causa.
Riflessioni che portano alla teoria degli uomini senza donne.

Insomma, racconti carini e abbastanza brevi, qualcuno più in stile Murakami di altri.
Ma come sempre, le raccolte di racconti non mi convincono del tutto.

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27 settembre 2018 - Posted by | Murakami Haruki | , , , , , , , , , , ,

2 commenti »

  1. Io invece avrei un’altra domanda: quali sono le caratteristiche di questo autore che te lo fanno apprezzare?

    Commento di Bruno | 28 settembre 2018

  2. Si va ovviamente a gusti personali… il suo ritmo lento, unito alla passione per i dettagli della quotidianità senza però scadere nella pesantezza, mi trasmetta calma e tranquillità. Poi c’è il modo in cui inserisce e dosa molto spesso l’elemento soprannaturale (più o meno) nelle sue storie, accennando senza dire troppo chiaramente, e quando dice non si dilunga in chissà quali spiegazioni, si limita a osservare il dato di fatto e ad accettarlo. Mi dà l’idea di una reazione plausibile e rassegnata, molto giapponese, a eventi straordinari.
    Mi piacciono le sue figure maschili (spesso di indole positiva ma abbastanza inerti, passive se vogliamo, o magari non molto portate a intraprendere azioni di loro iniziativa quanto piuttosto disposte ad agire sotto spinte esterne) e quelle femminili (più forti e decise delle controparti maschili).
    Probabilmente molto del mio apprezzamento è dovuto al fatto che questo suo modo di scrivere e pensare fa risuonare certe note in me, mi ci ritrovo molto sia nel mondo di Murakami sia nei suoi protagonisti.

    Commento di tanabrus | 28 settembre 2018


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