La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Le tre stimmate di Palmer Eldritch


 

Ho preso questo libro quasi per sbaglio, durante una promozione estiva della Fanucci.
Ricordavo di averlo cercato anni fa senza trovarlo, poi come spesso mi capita dopo un periodo segnato da diversi titoli di Dick ero passato ad altro dimenticandomene. Quando l’ho visto a nemmeno un euro l’ho subito preso, e dopo qualche mese l’ho finalmente letto.

Mi è piaciuto?
Dico solo che mi è venuta voglia (nuovamente) di recuperare tutte le opere di Dick e di leggermele in ordine cronologico, per seguire l’evoluzione di questo scrittore.
E magari anche qualche biografia, per condire il lauto pasto.

Si tratta di un libro bellissimo, anche superiore a Ubik che pure avevo adorato… però è un libro di cui è difficilissimo parlare, anche in tono colloquiale, senza l’arroganza di poterlo recensire, cosa che richiederebbe invece molti più studi, un’approfondita conoscenza dell’intera bibliografia e biografia di Dick e della filosofia, e probabilmente risulterebbe in un saggio.
La difficoltà è data dalla numerosità delle tematiche, dalla loro natura, dalla circolarità del romanzo.

Si potrebbe parlare dell’ennesimo futuro apocalittico di Dick, con la Terra morente bersagliata dal calore di un sole ormai nemico, con l’unica salvezza per l’uomo rappresentata o dalla miracolosa Terapia E (in grado di far evolvere rapidamente l’organismo umano portandolo allo stadio successivo di evoluzione in anticipo di centiaia di migliaia di anni) che però è estremamente costosa e quindi molto elitaria, o dal trasferimento coatto (o, raramente, volontario) nelle tremende colonie esterne, a lavorare per tutta la vita su terreni ostili e in condizioni disperate.
E proprio per sopravvivere a queste condizioni estreme (la claustrofobia dei tuguri, la convivenza forzata con altre persone in spazi ristretti, l’ambiente ostile, la futilità evidente di questi tentativi di colonizzazione) arriva la droga Can-D, dal nome che ricorda un dolcetto, una caramella, e che ben si addice al suo utilizzo: assumendo la droga di fronte a un plastico di Perky Pat (un’emula della Barbie, con tanto di accessori, eterno fidanzato, villa lussuosa, macchina…) i coloni entrano nei personaggi di Perky e di Walt, vivendo in una realtà allucinatoria condivisa che li porta nel plastico, a interagire con ogni cosa che abbiano comprato per il plastico, in un ambiente che li riporta con la mente sulla Terra. E ci entrano in gruppo, tutti gli uomini intorno al plastico coabitano Walt, tutte le donne coabitano Perky Pat, si fondono, diventano qualcos’altro mantenendo al tempo stesso la propria coscienza nella collettività.
Una forma di evasione perfetta, che consente anche di praticare fughe e perversione altrimenti difficili o proibite nella realtà, dato che per quanto le menti dietro ai personaggi siano quelle dei coloni, i corpi non sono i loro (che restano addormentati nella stanza) ma i corpi fittizzi delle bambole del plastico.

La fuga perfetta, l’evasione totale.
Battuta solo dal passo successivo, la droga di Eldritch, il Chew-Z.

Se prima l’evasione era un modo per sfogarsi, per lasciare dietro di sé la realtà opprimente e rifugiarsi in un sogno patinato e commercializzato, adesso la droga consente di abbandonarsi alla propria mente.
Rivivere la propria esistenza, trovare il momento in cui qualcosa è andato storto, il momento del nostro rimpianto, e lavorarci sopra per tentativi fino a riuscire a cambiare il proprio passato, modificare il corso degli eventi vivendo finalmente la vita che si è sempre voluta.
O vivere il presente, ma modificandolo, in un ciclo eterno di possibilità.
Chi, davanti alla prospettiva reale di una vita inutile da colono su un inutile satellite o su Marte, non gioirebbe di fronte alla possibilità di lasciarsi tutto alle spalle per tuffarsi nella propria mente e rivivere in eterno la propria vita, cercando costantemente di cambiarla e migliorarla? Molto Matrix, vero?
Ma anche Inception, visto che diventa difficile stabilire se l’effetto della droga sia svanito o meno, dato il perdurare dei suoi effetti collaterali. E dato che la droga è solo il primo passo, la sua diffusione è capillare, la mente di Eldritch arriva ovunque, tutti si ritrovano afflitti dalle sue tre stimmate (il braccio, gli occhi, la mandibola) venendone invasi.
Ma è vero, o siamo ancora in un universo creato dalla droga?
E questi universi allucinatori possono realmente influenzare il mondo esterno, cambiarlo?
Il grido di aiuto lanciato da Leo al primo utilizzo della droga raggiunge davvero i suoi collaboratori in ufficio?
La decisione di Barney nel suo secondo viaggio allucinatorio ha davvero le implicazioni sul mondo reale? I fantasmi dei drogati sono condannati a vagare per le colonie, proiezioni allucinatorie dei viaggi nel futuro fatti dai loro corpi nel passato grazie alla droga?

Dick non risponde, fornisce solo domande, e questo è uno dei suoi grandi punti di forza.

E ancora: Dio esiste?
Queste nuove droghe hanno prodotto contemporaneamente una rinascita delle vecchie religioni, e una loro negazione. A che serve un dogma vecchio di millenni quando si può credere in qualcosa di così nuovo e reale?
Ma poi, se Dio è onnipotente ed eterno, e incomprensibile per l’uomo, Dio può essere Eldritch come arriva a pensare Barney?
O ha ragione Anne, e Eldritch è solo più simile a Dio di loro?

Ma quello che mi ha dato più da pensare è la parte finale.
Eldritch, Leo, Barney e i loro ruoli.
Inizialmente avevo pensato a Leo come all’uomo che uccide Dio: la razionalità e l’ambizione umana, l’evoluzione stessa degli uomini, l’uomo civilizzato e colto e progredito, l’uomo materialista e capitalista, che sfida Dio, lo affronta, cade, si rialza, e alla fine lo uccide. O almeno è pronto a lottare fino alla fine per ucciderlo.
E a Barney come l’uomo comune, pieno di difetti, pronto a sacrificare gli affetti e tutti quelli che ha intorno per ottenere una briciola di potere in più. E poi rapido nel perdere tutto per la paura. Meschino e debole, desideroso di morire ma senza avere il coraggio neanche di ammetterlo, pronto a sacrificarsi per espiare le sue colpe. Pieno di rimorsi e rimpianti. Ma che alla fine si ribella, contro Dio e contro l’uomo che vuole uccidere Dio, nega tutto e tutti, abbandona i facili conforti delle evasioni mentali e torna al grigio mondo reale, alla fredda colonia marziana, per cominciare a vivere realmente.

Questo era quello che pensavo all’inizio.
Ma poi, riflettendoci, mi è venuto in mente dell’altro.
E se Eldritch fosse davvero una creatura divina? Nelle intenzioni, se non altro.
Mi spiego: e se Eldritch, onnipresente negli universi creati dal lichene della droga, realmente cercasse di aiutare gli uomini a realizzarsi, a migliorarsi, come si suppone il Divino dovrebbe fare?
Leo all’inizio della storia è solo un capitalista ricco, ambizioso, erotomane. Il suo unico timore è che la concorrenza di Eldritch gli causi delle perdite, e per salvaguardare la propria attività cerca un accordo prima e l’omicidio poi.
Ma alla fine della storia Leo ormai si riferisce a sé come al Protettore della Terra, il guerriero sacro che si erge contro l’ignoto, contro un nemico apparentemente imbattibile, dalla forza sovrastante, deciso a lottare fino all’ultimo, in eterno, per sconfiggerlo e salvare tutti i terrestri. Un bel salto di qualità.
E Barney? Pieno di difetti e manchevolezze, meschino, infimo. Ha sacrificato la moglie per non perdere dei privilegi, scarica chiunque gli diventi un ostacolo, l’unico suo sogno è l’avanzamento di carriera. Pensa anche di tradire il suo capo per prenderne il posto, ma la paura lo paralizza e alla fine si ritrova preso in mezzo tra i due colossi, schiacciato, costretto all’esilio in cerca di redenzione. Ma una volta che si connette con Eldritch, poco a poco matura. E alla fine, quando ormai ha compreso il proprio desiderio di morte e sta per immolarsi al posto di Palmer Eldritch, capisce che la sua vita non è da buttare (con un trucchetto alla Tom Sawyer, visto che Eldritch gliela fa apprezzare dicendo che farà volentieri a scambio e si godrà la vita di colono marziano al suo posto) e a quel punto, prima che l’astronave esploda uccidendolo, Eldritch lo fa uscire dall’illusione della droga salvandolo, e consentendogli di dare concretezza alla sua ritrovata risolutezza, di vivere appieno la sua vita anche lì, su una fatiscente colonia marziana.
Anche qui, un’incredibile evoluzione morale.

Magari ha fatto questo con tutte le menti toccate dalla droga, e pure con quelle non toccate direttamente ma modificate dalle alterazioni della realtà procurate da chi invece l’ha assunta.
Magari invece no, Eldritch realmente ha provato a sconfiggere i due ed è stato respinto.

Ho idea che a ogni rilettura mi farò nuove idee e scoprirò nuove cose, in questo libro.
E mi è venuta voglia di procurarmi tutti i testi di Dick e farmene una bella lettura totale, in ordine cronologico… uno di quei progetti folli che prima o poi forse seguirò (come la rilettura totale di Murakami, o della Ruota del Tempo…)

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11 dicembre 2017 - Posted by | Dick Philip | , , , , ,

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