La torre di Tanabrus

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Come fermare il tempo


Come fermare il tempo, Matt Haig, 2017 – Edizioni E/O, € 18,00

 

Ammetto di aver cominciato a leggere questo libro pensandolo diverso. Dalle recensioni che ne avevo letto pareva che al centro della storia ci fossero le esperienze accumulate dal protagonista nel corso della sua lunghissima vita, la sua ricerca incessante della figlia (altrettanto immortale e che non vede da quando era una bambina) e al tempo stesso le lezioni di storia che tiene a scuola, durante la quali riesce a rendere vivido il passato per i suoi studenti.
Sbagliato, sbagliatissimo. Ero stato tratto in inganno. Non è questo ciò che si trova nel libro, ma quello che vi si trova è anche meglio, e lo rende bellissimo.

Il protagonista del libro è Estienne Thomas Ambroise Christophe Hazard, Tom Hazard. Nato alla fine del sedicesimo secolo in Francia, figlio di un conte morto in battaglia, è vissuto in esilio per motivi religiosi, portato in Inghilterra dalla madre.
Solo che, giunto alla pubertà, ha smesso di crescere. Fino ad allora era anche più grande dei coetanei, ma da quel momento si è bloccato, cristallizzato nel tempo.
E col passare degli anni, gli abitanti del villaggio dove viveva hanno cominciato a notare e a sussurrare.

Una cosa del genere creerebbe scalpore anche al giorno d’oggi.
Nel millecinquecento era un chiaro marchio del diavolo e delle streghe, e prima che Tom e sua madre potessero intuire la portata dei problemi in arrivo, era giunto in paese un cacciatore di streghe pronto a sottoporre a processo il demoniaco Tom e quella strega di sua madre.

Questo primo, tragico incontro con la cruda realtà della sua condizione e di ciò che lo avrebbe aspettato ogni volta che la gente avesse intuito il suo segreto spinse Tom, ora solo al mondo e devastato da odio e tristezza, a fuggire verso la grande città dove poter sperare di confondersi nella massa. Londra.
Dove avrebbe conosciuto il suo unico e grande amore, Rose. Dove avrebbero messo al mondo la loro figlia, Marion,
Dove avrebbe vissuto momenti felicissimi e anni, decenni di ricordi tristi, imparando a sue spese che la sua vita da allora in poi sarebbe stata una fuga continua, un eterno trasferirsi dopo un certo lasso di tempo, cambiando identità per guadagnare qualche altro anno di pace prima di attirare nuovamente gli sguardi incuriositi e calcolatori dei vicini.

In questo modo Tom ha attraversato i secoli.
Ha suonato per Shakespeare, ha viaggiato con Cook, ha bevuto con Fitzgerald.
Ha vissuto in ogni parte del mondo, ha avuto ogni tipo di vita, aiutato dal misterioso Hendrich, un uomo con la sua stessa peculiarità il cui scopo apparente nella vita è quello di rintracciare tutte le persone come loro convincendole a unirsi alla sua Società degli Albatros, creata appositamente per aiutare i suoi simili e al tempo stesso tenere segreta la loro esistenza, così da non attirare attenzioni indesiderate e finire tra le mani di cacciatori di streghe, inquisitori o, adesso, scenziati folli pronti a usarli come cavie da laboratorio.

Ma qual’è lo scopo di Tom?
Inizialmente il suo unico scopo era di rispettare l’ultima volontà della madre, che gli aveva imposto di vivere. E a lungo si obbliga a vivere, anzi a sopravvivere.
Ma poi il suo scopo cambia, diventa una questione più personale: trovare Marion.
Sul letto di morte della moglie, abbandonata da anni per non mettere la sua famiglia nuovamente in pericolo, scopre infatti che sua figlia è come lui. Ed è fuggita di casa.

Comincia quindi a cercarla ovunque, ma chiaramente trovare una persona che si voglia nascondere, nascondendosi a propria volta per non attirare attenzione, è quasi impossibile. Tanto più nei secoli passati.
Così si unisce alla Società degli Albatros, che a sua volta si impegna invece ad aiutarlo a rintracciare la figlia.
E in cambio cosa dovrà fare lui?
Niente di che: rispettare le regole sulla riservatezza, cambiare identità e città ogni otto anni, non innamorarsi mai e svolgere qualche lavoretto per la Società. Ogni otto anni lo mandano da qualche parte a incontrare un loro simile, e il suo compito è di convincerlo a unirsi a loro. Se non ci riesce, però, deve ucciderlo per proteggere il segreto.
Un mondo duro, soluzioni dure.

 

Questa è la trama a grandi linee, ma non è nemmeno lontanamente il fulcro del libro.
Il cuore di questo romanzo è l’amore.
L’amore che Tom ha provato per Rose, così forte che dopo quattro secoli lei è ancora l’unica donna che lui abbia mai amato, e per la quale porta ancora il lutto.
Ma anche l’amore per la figlia scomparsa, che continua a cercare anche se con sempre meno speranze di poterla mai trovare.
L’amore in grado di dilatare il tempo e di fermarlo, di dare l’illusione dell’eternità rinchiusa in un istante.
Ma anche la scomparsa dell’amore. Gli effetti collaterali.
Il non esserci più della persona amata, il vivere con il suo ricordo e con i rimpianti di non esserle stato abbastanza vicino, di averla dovuta abbandonare, di essere sparito.

L’amore che fa soffrire, al punto che risulta più facile non amare.

Ma, e questo è il messaggio del libro, per quanto amare porti sofferenza, per quanto l’amore non sia eterno e alla fine ci siano lacrime e rimpianti, l’alternativa sarà pure più facile ma ti svuota dentro.
Dopo secoli passati a piangere l’amore perduto e a evitare di innamorarsi, ma anche di conoscere nuove persone e di affezionarsi a loro, Tom è più solo di quanto si possa sopportare.
La sua vita è solitudine, niente riesce a interessarlo, niente è più di uno svago temporaneo utile a intrattenere per qualche ora la mente e per smettere di inseguire ricordi polverosi.
La sua vita è una non vita, una serie interminabile di ore, giorni, anni trascurabili e inutili.
E quindi perché il tutto abbia un senso, perché possa dire di vivere davvero, deve mettersi in gioco, tornare a rischiare di venire ferito. Tornare a vivere, a provare affetto e amore.

 

Poi c’è il resto.
Abbiamo le descrizioni di come fosse la vita tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, abbiamo Shakespeare e il teatro, abbiamo l’imperialismo inglese e le esplorazioni di Cook, abbiamo il decadentismo del novecento e i signori Fitzgerald, il jazz e l’America nascente.
Abbiamo la musica che attraversa tutto il romanzo, dal liuto al mandolino al pianoforte, con il tempo che viene più volte paragonato alla musica stessa.
Abbiamo i misteri della Società e il dualismo tra Hendrich e Omai, a riflettere la guerra che si svolge dentro Tom tra la volontà di cedere alla paura e di restarsene nascosto e isolato, e il desiderio di smetterla con questa non esistenza per tornare all’aria aperta e cercare di vivere di nuovo.
Abbiamo un finale abbastanza prevedibile, purtroppo, e abbiamo troppo poco spazio concesso al ruolo di insegnante di storia, dove mi sarebbe piaciuto vedere realmente Tom smuovere i suoi studenti, invece di assistere a qualche spezzone tendenzialmente fallimentare delle sue lezioni e leggere poi che le cose andavano bene.

Ma per quanto siano tutte cose importanti nel libro, fanno solo da sfondo al messaggio che ne è il cuore pulsante.

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12 ottobre 2018 - Posted by | Haig Matt | , , , , , , , , , ,

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