La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Trilogia di New York


Trilogia di New York (Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa), Paul Auster, 1987 – Einaudi, € 12,50

Dopo aver letto e adorato l’ultimo libro di Paul Auster, ovvero lo spendido 4321 (che è tra i libri che ho preferito in questo 2018) ho deciso di approfondire la sua conoscenza procurandomi uno dei suoi libri più famosi. Dopo i canonici sette-otto mesi sono riuscito finalmente anche a leggerlo.

Devo dire che il primo impatto con questo libro non è stato molto buono.
E, a essere onesti, nemmeno il secondo.

Il libro, la Trilogia, si compone di tre… storie brevi? racconti lunghi?, che inizialmente hanno in comune alcuni elementi: sono ambientati a New York, che spesso appare come un’estensione della mente dei protagonisti, un luogo che riflette loro stessi e nel quale, vagando senza meta, si perdono e si ritrovano; i protagonisti hanno a che fare con la letteratura, essendo scrittori o, comunque, finendo con il gravitare intorno a libri.

 

Città di vetro

Il primo racconto è anche, per quanto mi riguarda, il più debole dei tre.
Comincia bene, intrigando non poco il lettore quando il protagonista (un uomo che a causa di un incidente ha perso la famiglia e che da allora è in un’enorme crisi personale, e che sopravvive scrivendo romanzi gialli sotto pseudonimo) viene contattato di notte per errore da qualcuno che cerca un investigatore privato di nome Paul Auster.
Il caso che Quinn accetta è parecchio strano, e mentre lo scrittore improvvisatosi detective cerca di diventare il personaggio dei suoi romanzi, allo stesso tempo si perde nel caso e nel bersaglio dei suoi pedinamenti, si sfoca.
E diviene solo naturale, quindi, l’ingresso in scena di Auster stesso, che non è un investigatore ma -sorpresa!- uno scrittore, che sta lavorando a un saggio sul Don Chisciotte, sull’identità, sul fingersi altre persone, sulle motivazioni del farlo.
Però, per quanto il racconto introduca spunti interessantissimi fin dalle prime pagine (con le splendide considerazioni di Quinn sul rapporto particolare tra lui (l’autore), il suo pseudonimo (la personalità finta e invisibile che firma i libri) e Max Work (il protagonista dei libri)) e per quanto più volte nel testo Auster faccia presente che la storia non deve avere significato, il caso regna sovrano e conta solo quello che accade, non il perché, alla fine per il lettore un senso serve. Almeno, per me un senso serve, una qualche parvenza di logica.
E la logica, nel finale, scompare del tutto, come non ci fosse mai stata.
Dopo aver letto questo racconto, conscio di averlo letto cercandovi cose che non c’erano e con gli occhi sbagliati, l’ho riletto facendo attenzione ai messaggi dell’autore, ai parallelismi, ai fatti. L’ho apprezzato maggiormente, ma rimanendo sempre deluso.

 

Fantasmi

Il secondo racconto l’ho trovato più godibile del primo, meno assurdo, più realistico.
Un investigatore privato, un incarico particolare, un lungo ed estenuante pedinamento che cambia la vita di chi pedina e di chi è pedinato.
Una storia dove i personaggi sono sfocati, quasi ininfluenti al di fuori del pedinamento (tutti si chiamano con nomi di colori e basta), contrapposti a una New York invece ben delineata, precisa, luoghi ed eventi passati che conferiscono alla città una solidità sconosciuta alle persone.
Malgrado l’investigatore non sia un letterato, il suo obbiettivo lo è, e mentre osserva la sua preda (fino al punto di divenire lui stesso la preda) finisce assorbito pure lui dal libro che legge, Walden.
Sicuramente, come nel racconto precedente, ci saranno stati dei parallelismi tra il libro e la condizione d’isolamento di questi due uomini, che però non avendo letto il testo di Thoreau non ho saputo cogliere.
Una storia più completa, con un senso (per quanto molto sui generis).

 

E infine abbiamo
La stanza chiusa

Fin dall’inizio appare molto, molto superiore agli altri due racconti. Più tangibile e concreta, più reale, meno persa in metafore e parallelismi.
L’accenno a qualche personaggio dei racconti precedenti conferisce un senso di linearità alla trilogia, conferma che siamo nella stessa New York dove avevano vissuto Quinn e White.
Abbiamo il protagonista, critico e scrittore mancato. Abbiamo un amico d’infanzia, il geniale e misterioso Fanshawe, ritornato di colpo nella sua vita grazie alla sua scomparsa, a una moglie abbandonata con un neonato e a un’infinità di testi scritti e mai pubblicati, da fargli valutare.
Abbiamo un rapporto complesso tra i due, una discesa agli inferi mentali per il protagonista mentre si ritrova a vivere la vita di Fanshawe essendo al tempo stesso consapevole di una verità che non può divulgare per paura di perdere tutto.
E mentre la storia è piacevole e bella, andando avanti con la lettura qualche dubbio comincia a sorgere: vuoi vedere che…?
Man mano che ci si avvicina al finale, la verità diventa sempre più evidente, e con essa la genialità di quest’opera di Auster: solo questo terzo racconto è reale, o almeno è la storia vera e propria. Gli altri due sono… cosa? Metafore? Ombre proiettate da questa storia? Variazioni sul tema?
Una struttura ciclica che personalmente adoro, quando costruita bene come in questo caso. Una struttura che, terminata la lettura del libro, ti fa venire voglia di riprenderlo subito in mano e rileggerlo con occhi differenti, con la consapevolezza di cosa è reale e di cosa è un’eco, cercando di trovare nuovi punti di contatto, nuovi legami tra le storie.

 

Il senso

 

E così acquista un significato diverso il detective Quinn, che si fonde con il lungo appostamento di White durante il quale inseguitore e preda si confondono e si scambiano di ruolo.
Acquista un altro spessore la figura di Peter Stillman, il fatto che Quinn non venga riconosciuto ogni volta che si presenta, i pasti che gli vengono recapitati su un vassoio (e misteriosamente) al mattino.
Ma anche la moglie di Peter Jr, l’irrequietezza professionale di Quinn, la sua condizione famigliare e quella, al tempo stesso, del Paul Auster che interagisce con lui. I vari pseudonimi inventati dai personaggi.
Tutto acquisisce un senso e un altro aspetto, visto con la prospettiva del finale del libro.
Ho lottato per giorni con il primo racconto, e per il resto del tempo ho continuato a leggere trovandomi abbastanza deluso da questa opera di una trentina di anni fa dell’autore di un libro che a gennaio invece avevo adorato.
Alla fine della lettura mi sono ritrovato a chiedere perdono per la mia mancanza di fede in un autore che, a quanto posso dire dopo aver letto solo due suoi libri, è giustamente incensato.

Aggiungo solo che, per tematiche e per l’apologia della forza della casualità nelle vite umane, in questa trilogia ho anche visto i semi di ciò che dopo qualche decennio sarà 4321.

Un’ottima lettura, anche se difficile, e da leggere almeno un paio di volte. Ma completamente, che acquista significato solo dopo aver letto tutte le pagine.

Annunci

24 settembre 2018 - Posted by | Auster Paul | , , , , , , , , , , , , , ,

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: