La torre di Tanabrus

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Poison Fairies


 

Torno a parlare di Poison Fairies, la serie nata a fine 2014 dalla penna di Luca Tarenzi per la casa editrice Acheron Books, e lo faccio perché a inizio mese è uscito il terzo e ultimo volume che compone la storia.
Una storia che va vista come un unico libro diviso in tre parti, e che si può apprezzare al massimo leggendole tutte e tre di seguito.

Lo dico con cognizione di causa: il primo libro mi era piaciuto, il secondo lo avevo letto a mesi di distanza e ne avevo sofferto la brevità, oltre al suo partire subito dopo la fine del primo, come fosse davvero semplicemente il capitolo successivo.

Questa volta, in occasione dell’uscita della fine, mi sono riletto di seguito i primi due volumi prima di dedicarmi al gran finale. E leggendo la storia tutta insieme me la sono goduta enormemente.
Una storia originale, ben scritta, con un’ambientazione che resta nel cuore. E italianissima.

Nel primo libro (o prima parte della storia) conosciamo i nostri protagonisti, gli antagonisti e l’ambientazione.
Siamo in una grande e mefitica Discarica, e in questo luogo di caos e decadenza scopriamo che vivono numerosissime tribù di creature fatate.
Le creature fatate, come ben sappiamo, non sono più quel che erano un tempo, quando le sirene portavano navi di guerrieri valorosi al naufragio, quando i kelpie attiravano ignari umani nei fiumi per annegarli e mangiarli, quando gli elfi sostituivano i bambini umani con la loro progenie… adesso sono rimaste le creature più piccole, e vivono nascoste tra i cumuli di spazzatura gettati via dagli umani, ammantati con un’ombra del potere di un tempo.
Vivono in tribù contrapposte tra loro, mascherandosi con la loro magia agli occhi dei loro grandi nemici: gli umani, ovviamente, che non devono mai scoprirne l’esistenza, e le Morti Bianche, i gabbiani che volano sopra le discariche a caccia di cibo.

I nostri protagonisti sono goblin, una specie che scopriamo prosperare nella diversità. Infatti, mentre i loro avversari sono tutti uguali (i Boggart hanno tutti lo stesso aspetto, con le uniche variabili date dalla stazza; anche i Silfi sono tutti uguali, per quel che vediamo, o le Piote, le Sirene, i Bwca… solo i goblin godono di una fisionomia estremamente personalizzabile, mostrando tratti fisici e magici di lontani progenitori.
Così Albedo, il re dei goblin, ha un potere particolare che gli arriva da un qualche lontano antenato Kelpie, per esempio.
La nostra protagonista invece non ha nessun potere speciale, a parte il glamour di tutte le creature fatate, un’aura magica che le consente di mascherarsi agli occhi delle creature non fatate, di creare veleni, di curarsi e di compiere altri piccoli atti utili alla vita comune. Si chiama Cruna, è la sorella del re, è una ragazza ribelle con degli evidenti problemi con suo fratello.
Al suo fianco i suoi amici d’infanzia: Stilo, Verderame e Disgelo.
Disgelo è un emarginato tra i goblin perché per quanto in molti abbiano antenati strani ed estranei ai goblin, lui è l’unico ad avere per madre una creatura aliena e temuta da tutti, appartenente a una specie potente e misteriosa di cui non sanno praticamente niente. Un peccato, visto che è un goblin potentissimo… e poi abbiamo Verderame, l’amica di Cruna, nata morta e poi tornata in vita, circostanza che le ha donato la Vista, il potere in grado di perforare ogni illusione o velo.

I nostri protagonisti sono questi quattro giovani goblin (una principessa, una rispettatissima Slaugh, il figlio di un’onorata famiglia di guerrieri e un reietto), intenti fin da subito a contravvenire a ogni ordine regale per sconfinare in territorio nemico a mettere le mani su un potentissimo artefatto appena arrivato alla Discarica, prima che ci arrivino i nemici.
Nemici che in questo caso sono i Boggart: più grandi, più grossi, più numerosi, meglio organizzati. In confronto ai variegati e multicolori goblin, i Boggart fanno pensare a uno stato militare, a una dittatura verrebbe quasi da dire. Tutti uguali, grossi occhi a specchio che sembrano quasi inespressivi e impersonali, come soldati con divisa e casco.
E protetti da magie arcane di grande livello, gentile concessione del loro geniale condottiero Argiope.
Un comandante che potrebbe benissimo essere un protagonista: il suo unico peccato, alla fine, è appartanere alla tribù sbagliata (da punto di vista del lettore). E’ lungimirante, ha portato la prosperità alla sua gente, è mosso dalla curiosità verso tutto e ama sperimentare.
Purtroppo è colpito da una grave mancanza di moralità, che unita al perenne stato di guerra in cui vivono le creature fatate, alla precarietà delle loro vite e alle usanze di quelle popolazioni rende la tortura a fini esplorativi perfettamente lecita e apprezzabile.

Già, l’atmosfera da stato di guerra perenne si vive costantemente, e non le sfugge nemmeno Albedo, il re goblin, che non esita a usare le maniere forti per cercare di punire la sorella e rimetterla in riga, non potendosi permettere alcun atto di insubordinazione in questi frangenti.

 

Il secondo libro inizia subito dopo il primo, e mentre risolve la situazione in cui i nostri protagonisti si sono venuti a trovare alla fine del primo volume, ci mostra meglio questa guerra e quanto entrambe le parti in causa la ritengano inevitabile e necessaria per la propria sopravvivenza. Al punto da spingere i due re a dare fondo alla propria creatività e a toccare vette di amoralità per conseguire la vittoria.
Argiope ha un piano, maturato a suon di torture sulla piccola Piota trovata casualmente all’inizio della storia, e poi proseguito grazie ai suoi esperimenti. Che è solo un altro nome per “indicibile torture”.
Anche Albedo ha un piano, talmente orribile per la fazione che vediamo come “buona” da metterlo spesso in opposizione con Bicorne, lo stregone dei goblin. Un piano che riassume perfettamente sia l’amoralità e l’ingiustizia della guerra, che il classico motto “il fine giustifica i mezzi”.
Questa seconda parte segue sempre i nostri protagonisti, certo, ma il suo vero centro è formato dai preparativi dei due re per lo scontro, e dallo scontro stesso. Una seconda parte molto cupa e dura, davvero bella.
Ma che per apprezzare pienamente, ripeto nuovamente, ho dovuto leggere subito dopo la prima, e con già in mano il terzo libro (metaforicamente parlando, visto che ho tutto in ebook).

 

E si arriva alla fine, il nuovo libro, i capitoli conclusivi di questa storia.
Abbiamo uno stacco temporale dalla battaglia che ha chiuso il libro precedente, l’autore ci introduce poco a poco alla nuova situazione che si è venuta a creare, ci ragguaglia sulla posizione dei nostri protagonisti.
E di nuovo, questi hanno ideato un grande piano, da operare in armonia con il resto dei goblin, per una volta.
Ma anche il re dei goblin ha un suo piano, l’ultima carta da giocarsi per cambiare la storia, sconfiggere il suo nemico e salvare la sua gente.
E anche una terza fazione ha un proprio progetto, una fazione finora trattata di sfuggita e che invece risulta parecchio intrigante per come ci viene mostrata.
Segreti su segreti, piani che si scontrano tra loro, scontri decisivi e attesi che finalmente avvengono, e altri scontri invece che sembravano destinati a compiersi e che invece non avvengono.
E proprio su questi scontri finali “mancati” l’autore scherza, facendo notare la loro assenza agli stessi personaggi del libro, che quasi allibiti si chiedono se quindi le cose fra loro si concludano così, senza scontri fatali, riunioni, incontri. Notando infine che si, la vita è strana.
E questo, il fatto che non tutto vada come dovrebbe andare o come ci si aspetterebbe andasse, rende assurdamente più realistica questa storia di guerra tra tribù di creature fatate che vivono in una discarica.

Posso dire che da tre anni non guardo più alle discariche allo stesso modo, né ai goblin.
Posso dire che questi goblin sono eroici e affascinanti, ma che anche i Silfi lo sono. E alla fin fine anche Argiope lo era. E le Sirene di Tarenzi.
Posso dire che mi resta la curiosità di sapere quali altre creature vivano negli altri angoli della Discarica, come siano, che poteri e storie abbiano.
E che mi dispiace per il povero Vanadio, che incarna la mia posizione sui quesiti gdr-istici riguardo “spada vs. magia”.

Un’ambientazione davvero originale, non penso di aver mai letto di qualcosa di simile. Realistica e magica, crudelmente attuale ma con una sfumatura dell’epicità fatata dei tempi che furono, grazie a questi lontani discendenti del Piccolo Popolo di cui abbiamo sempre letto.

Da leggere, assolutamente.

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19 febbraio 2018 - Posted by | Tarenzi Luca | , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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