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La ferrovia sotterranea


Questo libro ha fatto incetta di premi lo scorso anno, e leggendolo se ne capisce bene il motivo.
Si tratta di un romanzo storico con un elemento fantastico, che ci riporta a metà’ottocento, in un America dove la schiavitù è ancora normale, e dove anche nei posti in cui questa viene vista male o abolita, la condizione degli schiavi liberati non è certo buona.

L’elemento fantastico del libro viene sfruttato per mostrarci la condizione delle persone di colore nei vari Stati americani, e per questo elemento l’autore ha preso spunto dalla rete clandestina di abolizionisti che all’epoca sfidavano le leggi degli Stati del sud per aiutare gli schiavi a fuggire al nord.
Questa organizzazione si chiamava ferrovia sotterranea, e in realtà forniva percorsi, rifugi, informazioni e contatti.

Whitehead invece immagina che queste persone avessero realmente creato una ferrovia sotterranea, scavando tunnel sottoterra dove far correre i loro treni, una sorta di antenato della metropolitana ma che univa in linea teorica tutti gli Stati.
In linea teorica perché le stazioni, nascoste sotto le abitazioni di alcuni loro membri, i capistazioni, potevano cadere in disuso nel caso in cui il capostazione sparisse, o la situazione rendesse troppo pericoloso il viaggio fino a lì.
Le linee venivano aperte e chiuse, le persone mettevano a repentaglio la propria vita per salvare qualcun altro da una vita di soprusi o da morte certa, e spesso venivano infine scoperti e giustiziati.

La protagonista della storia è Cora, una schiava nipote di una donna rapita dall’Africa dai negrieri e vissuta poi nel campo di cotone dove sarebbero vissute anche la figlia e la nipote.
Cora è una randagia, abbandonata da piccola dalla madre che è fuggita con successo dalla piantagione senza mai venire ricatturata. Cresciuta da sola, è stata facile vittima dei giochi di potere nelle capanne degli schiavi, venendo esiliata nella capanne dei reietti.
Fino a quando non accetta la proposta di un altro schiavo di fuggire, e inizia il suo lungo viaggio.

Scoprirà l’esistenza di tanti bianchi buoni, che la nascondono, la aiutano, fanno in modo di farle prendere i treni sotterranei verso un futuro migliore rischiando la vita.
E scoprirà molte realtà diverse dalle piantagioni della Georgia.

C’è la Carolina del Sud, che dopo le condizioni di vita animalesche delle piantagioni sembrerà il più illuminato degli Stati: assistenzialismo, libertà di girare per la città, un lavoro come domestica, controlli medici.
Le prime note stonate, come gli ingressi separati per le persone di colore o i negozi appositi per loro contrapposti alla maggioranza di esercizi esclusivi per i bianchi, le archiviamo facilmente come figlie dei tempi, e il contrasto con la vita precedente di Cora è ancora troppo forte per farci dubitare.
Ma poi arriva il lavoro al museo, con Cora e altre due ragazze a fingere una vita irreale e fantasiosa dietro schermi di vetro, da brave schiave intente a lavorare nei campi, a scoprire le gioie dei viaggi in mare dall’Africa all’America, a vivere come bestie nella loro terra natale di cui non hanno spesso nemmeno sentito delle storie. Rappresentazioni edulcorate e fiabesche, a essere buoni. E sicuramente degradanti, umilianti, anche se le povere ragazze non riescono certo ad accorgersene.
E poi la sorpresa, il programma di sterilizzazione. Il grandioso programma di eugenetica dell’America, volto a sterilizzare gli indesiderati. Criminali, poveri, malati di mente, storpi, immigrati. Per poter giocare a fare i magnanimi, accoglierli nella società senza dover temere di esserne sopraffatti. E per quanto sia rivoltante come idea, almeno qui era ancora facoltativo.
In futuro sarebbe diventato qualcosa di obbligatorio, con responsabili governativi a indicare chi sarebbe dovuto essere sterilizzato, eliminando gli individui non abbastanza in forma o intelligenti.
Arrivando a riceveri plausi dai gerarchi nazisti, ovviamente.
Ecco, queste sono le cose che a scuola non insegnano, quando si parla di questo periodo, o degli orrori del nazismo.

Poi c’è la Carolina del nord.
Che però ha appena approvato le nuove leggi razziali.
Questo Stato ci viene mostrato come in preda al più bieco terrore degli ex-schiavi, impaurito che si potessero rivoltare, che con la mera massa numerica li travolgessero . E così tutti gli individi di colore erano stati banditi, venduti al sud, rimpiazzati con schiavi bianchi europei che di nome però non sono schiavi ma lavoratori.
Linciaggi, ronde, clima del terrore tra gli stessi cittadini terrorizzati di poter finire sul patibolo, esecuzioni festose settimanali.
La permanenza di Cora qua, probabilmente non a caso, mi ha ricordato il periodo in cui Anna Frank era rimasta nascosta.

Il Tennessee lo intravediamo di sfuggiata durante il viaggio in superficie, un paesaggio devastato dai cataclismi naturali e dalle malattie.

Dell’Indiana vediamo invece quasi solo la Fattoria, un’oasi di speranza e di pace.
Ma pur mentre viviamo questa utopia rimaniamo acutamente consapevoli che difficilmente il mondo esterno li tollererà, si aspetta sempre la sorpresa negativa, sperando che anche questa volta Cora riesca contro ogni aspettativa a fuggire.

E sempre, alle spalle di Cora, oltre al suo passato c’è una figura mastodontica e implacabile.
Ridgeway, il cacciatore di schiavi, che in passato non era riuscito a catturare sua madre Mabel e che ora vede come una questione di principio il catturare la figlia dell’unica persona che gli sia mai sfuggita.

Tutto intorno miseria, paura, odio, violenza, sopraffazione, meschinità.
Ma anche eroismo, altruismo, amore, a dare una speranza per il futuro.

Un libro che mostra una pagina oscura della storia americana, neanche troppo lontano nel tempo visto che il programma eugenetico è durato fino a oltre il periodo nazista… ma di cui non si parla mai, visto che andrebbe a minare il piedistallo su cui ci si è posti per guardare il resto del mondo dall’alto verso il basso.

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12 gennaio 2018 - Posted by | Whitehead Colson | , , , , , , , ,

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