La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Sangue giusto


 

Ogni tanto capita che, quasi per caso, ti capiti in mano un libro di cui non sospettavi neanche l’esistenza, scritto da un autore fino a quel momento a te sconosciuto. E che quel libro ti catturi e ti piaccia tantissimo.
Ecco, è esattamente quello che mi è successo con questo libro.
Qualche settimana fa su Facebook si parlava di Netflix che ha messo in catalogo Fantaghirò, e da lì mi viene detto che una degli autori di questa serie (che per me resta sempre qualcosa di splendido e coraggioso, e che sa di Natale come poche altre cose nella vita), Francesca Melandri, era anche una scrittrice molto brava.
Visto che a dirmelo era una persona con la quale condivido molti gusti e che a oggi non mi ha mai consigliato un libro che poi non mi sia piaciuto (così a naso ricordo che mi aveva consigliato Il signore degli orfaniLa casa del tempo sospesoStroud….) gli ho chiesto quale suo libro mi consigliasse, e la risposta è stata immediata: il suo ultimo libro, Sangue giusto.
Che ho preso in libreria pochi giorni dopo, cominciandolo la sera della Vigilia e finendolo la mattina di Santo Stefano, con in mezzo una lunga pausa rigorosamente gastronomica.
E si, l’ho adorato.

 

Il libro è molto d’attualità per le tematiche trattate, ma al contempo coraggiosissimo nel mostrare anche una parte della nostra storia che spesso passa in sordina, e sopratutto per come la mostra.

La tematica d’attualità è il diverso. Lo straniero, l’immigrato che arriva col barcone, quello che con i connazionali vive ai margini della legalità nei quartieri di periferia, tra l’indifferenza e la collusione delle forze dell’ordine, quello figlio di genitori stranieri ma arrivato qui da bambino, o addirittura nato qua.
Insomma, nel libro si trovano anche lo ius solis e lo ius sanguinis, anche se non sono prettamente al centro della scena.

Al centro della scena c’è la complessità delle persone, l’impossibilità di conoscerle per davvero ma anche solo di conoscersi realmente e completamente.
C’è la scoperta di un passato insospettato e insospettabile, c’è quell’enorme zona grigia che avvolge tutte le sfere della vita in italia.
C’è la stagione Imperialista del Fascismo, la campagna in Etiopia con i crimini che ne seguirono e che al giorno d’oggi viene trattata velocemente e leggermente, che determinate cose è evidentemente meglio non dirle, non ricordarle, non pensarle.
C’è tutto quello che negli anni del Fascismo non è stato né nero né bianco, né fascista fino al midollo né ribelle e partigiano fin dalla prima ora. C’è un’intera nazione che nel Ventennio si professava fascista e aderiva con entusiasmo alle iniziative del regime, e che al momento del crollo è piroettata dalla parte dei vincitori, tutti pronti a dimenticare il supporto dato, l’enfasi, le atrocità commesse o avvallate.

Tutto questo in un libro che si snoda sia nel presente, con la storia di Ilaria Profeti, sia nel passato seguendo la vita di suo padre, Attilio Profeti, in diversi momenti della sua esistenza, passando dall’infanzia nel primo dopoguerra alla maggiore età, con l’abbandono dell’università per andare in Etiopia, convinto dalla macchina della propaganda di regima. Dalla guerra in Africa al lavoro d’ufficio una volta conquistata la colonia, dal ritorno in patria all’oplà che gli fece dimenticare il fascismo e il suo essere stato fascista, e il ruolo giocato in Etiopia.
Dagli anni della paura che il passato tornasse a chiedere il conto, agli anni della ripresa economica e dell’immersione nella fascia di grigio della politica e dell’economia italiana.
Fino ai drammi familiari, con la famiglia che si crea, la famiglia alternativa con l’amante, la doppia vita per gestire due mogli e quattro figli, in una situazione paradossale in cui solo una delle sei persone coinvolte, l’amante, conosceva la verità sugli affetti di Attilio.

Attilio, un personaggio davvero ben riuscito, un bellissimo ragazzo, alto e forte, aggraziato, elegante, che già a una prima occhiata suscitava ammirazione e adorazione ovunque andasse, arrivando a ritenere che tutto ciò gli fosse giustamente dovuto.
Un uomo baciato dalla fortuna, più e più volte, anche se poi la fortuna più grande sarà stata quella di non essere presente in città al momento dei disordini, della caccia all’abissino, dei massacri.
Perché in quel caso avrebbe dovuto prendere una decisione, se seguire i camerati abbandonandosi alla cieca violenza, o se fare come alcuni -pochi- amici che invece si erano nascosti in casa cercando di salvare più indigeni possibili.
Una situazione simile a quella che si sarebbe poi verificata nella Germania Nazista (non a caso un parallelo richiamato anche in altri momenti, come quando viene mostrato il campo di prigionia creato nel deserto dagli italiani, e apprezzato dai colleghi tedeschi che prendono appunti per un loro progetto…), in cui fino a quando non ti tocca non sai come reagirai.
Un’assenza, quella di Attilio, che gli permette di non scoprire la verità su di se, se sia simile al padre capostazione -che per quasi tutta la vita tiene il capo chino per non dare nell’occhio, senza denunciare nessuno ma senza neanche prenderne le difese, sempre intento a cercare di non pensare a cosa avrebbero fatto i suoi antenati-  o al nonno e al bisnonno, figure imponenti e decise, con ideali ben chiari e pronte a lottare per essi.

Ma è ottimamente delineata anche Ilaria, la figlia e fulcro della storia.
Idealista, arrogante, di sinistra, pronta a giudicare severamente chiunque non si comporti come lei ritiene ci si debba comportare. Una rompiscatole, come la definiscono gli amici e il fratellastro.
Una persona vera, con le sue incongruenze.
Ha rifiutato il lavoro in comune che gli appoggi del padre gli avrebbero potuto procurare, per dedicarsi invece al mestiere di professoressa cercando di migliorare la situazione nel Paese partendo dal basso, dalla mentalità dei ragazzi. E’ tutta d’un pezzo e integerrima, va ai cortei e alle manifestazioni.
Ma l’unico uomo che realmente conti nella sua vita, l’amico di infanzia Piero, è un giovane parlamentare di Berlusconi. Tutto ciò che lei odia e non sopporta. L’elemento che rende impossibile la loro storia, malgrado non riescano a rimanere troppo a lungo lontani l’uno dall’altra, né però d’altro canto a stare vicini per più di qualche ora, visto che ogni discussione può sfociare in politica e quindi in litigi.

Tutto questo fino all’inizio della storia, quando Ilaria trova ad aspettarla fuori casa un ragazzo di colore giunto in Italia qualche anno prima con un barcone dall’Etiopia apposta per raggiungerla. Anzi, per raggiungere suo padre Attilio. Dice infatti di essere suo nipote, figlio del figlio che Attilio si era lasciato dietro in Etiopia, da giovane.

Il che rivoluziona per la seconda volta ciò che Ilaria sa del padre (dopo aver scoperto da adolescente che aveva un fratellastro più piccolo, e che suo padre aveva una doppia vita) visto che non solo non sapevano né di lui, né del suo padre, né della donna che era stata con lui in Etiopia… non sapevano proprio niente di questo capitolo della sua vita. Né Ilaria, né sua mamma, né la sua seconda moglie.

Inizia così una ricerca da parte di Ilaria, a caccia della verità su suo padre, su questo ragazzo, e perché no, anche su sé stessa visto che più di una volta si scopre diversa da come le piaceva immaginarsi, si rivede in quella sua madre tanto criticata e attaccata al tempo del divorzio dal padre, si rivede in comportamenti che non riteneva propri.

Un libro davvero avvincente e ben scritto, che mostra questa parte oscura della storia italiana fascista, la sbatte in faccia.
E una volta di più ci ricorda che all’epoca queste cose non erano state fatte solo da un branco di mostri vestiti con la camicia nera, seguaci fanatici del dittatore Mussolini… le atrocità di guerra, così come il totale consenso in patria e la cieca fiducia in tutto quello che veniva detto e fatto, erano perpetrate, appoggiate e condivise dalla gente comune, istigata e fomentata e debitamente sviata da informazioni create appositamente, ma pur sempre dalla gente comune.
La stessa che anni dopo avrebbe in massa criticato tutto di quel periodo, omaggiando Alleati e partigiani, dichiarandosi tutti antifascisti da sempre. Cancellando il passato con un colpo di spugna, lasciando che la responsabilità ricadesse sui nomi noti, nascondendo altrove le macchie sul proprio passato.
Invece no, tutti o quasi tutti avevano contribuito.

Contribuisce Attilio, che pure non è certo una persona cattiva, per quanto amorale ed egocentrico.
Contribuisce il fratello di Attilio, anche se molto meno, e anche se malgrado questo per il suo orgoglio patriottico passerà alla storia come il cattivo, dei due.
Contribuisce il giudice Carnaroli, partito per l’Africa per allontanarsi da Mussolini e dalla piega che prendeva la giustizia in Italia, rimasto invischiato con le leggi razziali e coloniali, schifato da tutto ciò ma incapace di allontanarsene del tutto.
Contribuisce Carbone, che pure mette su famiglia, difende i parenti della moglie, cerca di salvare più gente possibile.
Contribuisce Viola, per compensare torti immaginati, per favorire il figlio che ama, per dimenticare una vita che vede come una prigione.
Contribuisce il padre di Attilio, voltandosi quando pestano il collega, chinando il capo quando gli altri manifestano, pensando solo a svolgere il proprio mestiere senza dare nell’occhio.

Un libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole, mi  ha ricordato per tematiche e per il modo in cui vengono trattate un libro di qualche anno fa, Canale Mussolini.

26 dicembre 2017 - Posted by | Melandri Francesca | , , , , , , , , , , ,

1 commento »

  1. Bene, contento di avertelo consigliato 🙂

    Commento di valberici | 26 dicembre 2017


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