La torre di Tanabrus

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L’altra Grace


A inizio mese Netflix ha rilasciato questa miniserie, tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood.
Fosse uscita un anno dopo si sarebbe potuto affermare con ragionevole sicurezza che si tentava di sfruttare il successo di The handmaid’s tale, la serie Hulu trasmessa a partire da aprile e che probabilmente è la serie tv dell’anno. Ma quattro mesi sono inconcepibili per tirare fuori qualcosa come questa Alias Grace, quindi immagino si debba confidare nell’ironia del destino, che ha fatto sì che due libri dell’autrice, dopo anni, venissero adattati quasi in contemporanea.

Partiamo subito cacciando l’elefante dalla stanza: no, Alias Grace non ha niente a che vedere con The Handmaid’s Tale, non ne ha la potenza né scatena i brividi che quella storia sa scatenare.

Ecco, meglio dirlo subito, visto che uno potrebbe aspettarsi un altro mondo distopico disegnato dall’autrice.
E invece no, il mondo è il nostro, anzi quello tra Stati Uniti e Canada, nella seconda metà dell’800.

Ed è tratto da una storia vera, la storia di Grace Marks, una ragazzina che lavorava come domestica in una casa in campagna, e che assieme allo stalliere venne accusata dell’omicidio del padrone di casa e della governante.
Lo stalliere sarà condannato a morte mentre Grace, che si è sempre proclamata innocente, vedrà la condanna prima mitigata in manicomio e carcere, per poi venire liberata una trentina di anni dopo.

Fin qui la storia.
Nella serie (che immagino abbastanza vicina al libro, visto che l’autrice ha supervisionato il tutto) conosciamo Grace già in prigione, e assistiamo al suo incontro con il dottor Jordan, chiamato da un comitato sorto per far scagionare Grace, ritenendola innocente.
Tramite gli incontri tra la prigioniera e il dottore scopriremo la vita di Grace, dalla traversata fino al Nuovo Mondo durante la quale sua madre morirà fino al suo diventare cameriera, lavoro che la porterà poi dritta al presente della narrazione.
Il tutto condito da flashback del fatidico giorno del doppio omicidio, con noi e il buon dottore intenti a cercare di capire, oltre al passato di Grace, anche se sia innocente o colpevole. O pazza.

Da applausi la recitazione di Sarah Gadon, che interpreta alla perfezione il personaggio di Grace. La sua capacità di cambiare totalmente l’atmosfera intorno a Grace modificando leggermente il proprio sguardo è affascinante, e ci lascia sempre col dubbio su cosa sia realmente successo.

E alla fine della miniserie non ne sapremo di più.
Ognuno avrà le proprie idee, ovviamente, e la propria teoria al riguardo.
Si è trattato di un errore giudiziario, con Grace vittima innocente della faida tra lo stalliere e i padroni, e poi trascinata via dall’uomo?
E’ stata lei a convincerlo a uccidere le due persone, promettendogli in cambio di seguirlo ed essere sua?
Una via di mezzo?
Un caso di doppia personalità, messo a nudo dall’ipnosi? O è tutto un trucco ben orchestrato tra due vecchi amici per cercare di far scagionare un’assassina?

Non si dà una risposta chiara, e del resto sarebbe impossibile farlo, a questo punto, senza prendere una posizione e forzare la mano nella narrazione.

Quello che emerge con chiarezza però, oltre alla bravura dell’attrice, è la condizione della donna e delle domestiche nel mondo anglosassone di un secolo e mezzo fa.
Come vivevano, quali potevano essere le loro speranze, quali erano i loro compiti, quali le loro paure, i pericoli che correvano di continuo.

Mi ha sorpreso molto il fatto che vivessero sempre nella casa dei padroni, senza avere una vita propria al di fuori del loro ruolo di cameriera, senza famiglia, senza tempo libero. Un mezzo gradino al di sopra della schiavitù, insomma.
Mi ha sorpreso molto meno invece il fatto che l’uomo fosse il pericolo maggiore per queste donne: dai padri violenti e che oltre una certa età potevano vedere nella figlia un surrogato della moglie, ai gentiluomini pronti a ogni promessa per concludere con la cameriera, salvo poi sparire lasciando la malcapitata, se sfortunata, con un bambino, buttata fuori dalla casa dove lavorava (giacché nessuna famiglia rispettabile terrebbe a lavorare per sé una donna con una reputazione), senza soldi e senza speranze per il futuro se non il suicidio. E anche Grace infatti sperimenta tutta la gamma: il padre vedovo violento e bramoso, l’amica Mary morta per l’aborto dopo essere stata sedotta e abbandonata dal figlio della padrona, il nuovo padrone che intrattiene una relazione sotto gli occhi di tutti con la governante e che posa gli occhi anche su di lei, lo stalliere reduce di guerra che la vuole ed è un costante pericolo, forse anche i dottori del manicomio…

Un po’ prevedibile la rivelazione finale su Mary, anche se capire cosa sia vero e cosa menzogna è difficilissimo, se non impossibile.

Una bella serie, partita un po’ sottotono ma che si lascia guardare tutta d’un fiato, anche grazie alla compattezza (sei episodi di circa tre quarti d’ora l’uno).
Io francamente l’ho apprezzata per gli aspetti storici\di costume, e per la recitazione della Gadon, mentre a livello di storia mi ha preso meno.

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28 novembre 2017 - Posted by | Atwood Margaret, L'altra Grace | , , , ,

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