La torre di Tanabrus

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Le avventure di Peter Pan


peter pan

 

Riemergo dagli ennesimi mesi di assenza, pronto a riprovarci.
E la causa letteraria del mio nuovo tentativo è l’aver finalmente letto l’opera per la quale è famoso in tutto il mondo sir James Matthew Barrie, grazie anche alla Disney e alle successive trasposizioni: Peter Pan.

 

Fino a ora conoscevo il personaggio e la storia solo tramite le sue molte trasposizioni: il film animato della Disney, il cartone animato che mi ha accompagnato su Bim Bum Bam durante l’infanzia, le canzoni di Bennato (e la canzone di Enrico Ruggeri, certo, ma lui non ha fatto un cd sulle fiabe, per quanto ne so), Hook. Fino ad arrivare alla graphic novel di Loisel e al Pan di Dimitri.
Insomma, lo conoscevo attraverso i vari riflessi che aveva prodotto.

Così alla fine ho deciso di afferrare il toro per le corna e di affrontare questa lettura, perfettamente consapevole di rischiare una delusione: non di rado grandi classici risentono crudelmente del tempo passato e della fama delle loro trasposizioni. E’ il rischio che corrono le grandi opere entrate ormai nell’immaginario comune, che tutti conoscono senza conoscere, e che crescono e si sviluppano per conto loro.

Per dire, sono rimasto abbastanza deluso dall’originale Alice nel paese delle meraviglie, in quel caso ho trovato che la storia sia cresciuta perfettamente per conto suo, ben oltre il narrato di Carroll.
In questo caso invece ho potuto tirare un sospiro di sollievo: le storie di Barrie sopravvivono benissimo ai centoventicinque anni trascorsi dalla comparsa di un tale Peter Pan nelle pagine de L’uccellino bianco.

In questa bella edizione della Newton Compton, prima della storia che tutti conoscono (Peter e Wendy) viene fatta leggere Peter Pan nei giardini di Kensington, una storia tratta per l’appunto da L’uccellino bianco.
Questo libro mostra l’alter ego dello scrittore, il Capitano W., alle prese con il figlio della vicina, David (che immagino possa essere un omaggio al fratello di Barrie, morto adolescente segnando profondamente la vita del futuro scrittore), la loro amicizia, i loro giochi nel parco di Kensington.

Proprio nel parco Barrie, tramite il Capitano W., ci spiega che esistono le fate (ma che non si vogliono fare vedere dagli umani), e che al centro del parco c’è un isolotto irraggiungibile, dove solo gli uccelli possono andare. Uccelli che poi diventeranno bambini, visto che è così che nascono i bambini… infatti, nelle prime settimane di vita, i bambini vogliono tornare indietro e i genitori devono stare attenti a non farli volare via.
E si parla di Peter Pan, che a una settimana di vita ha trovato la finestra aperta volando via, tornando a Kensington e riuscendo a stabilirsi sull’isola degli uccelli, prima di diventare amico delle fate, ottenere la sua capra e fabbricarsi il flauto.

In questa sua prima incarnazione, Peter è un bambino gentile, ingenuo, privo di qualsiasi esperienza e desideroso di stare con gli altri, di giocare con i bambini, di essere come tutti. Un bambino che facilmente si vergogna, quando viene messo di fronte alla propria ignoranza.
E la sua vita si svolge nel parco di Kensington, è permeata da elementi fantastici derivati dalle leggende, come la corte fatata della regina Mab, tutti elementi che lo scrittore rende facilmente digeribili anche al pubblico di inizi novecento grazie a uno stile scorrevole, semplice, colloquiale, divertente e ironico senza mai però sfociare in critiche o satira.

Questo primo racconto mi è piaciuto molto, mostrando un proto Peter Pan diversissimo da quello che si sarebbe poi visto nel libro successivo (figlio a sua volta dello spettacolo teatrale ispirato da queste stesse pagine, tutto a opera sempre di Barrie) sia per carattere che per ambientazione.
Notevole comunque che per scrivere la vera storia che conosciamo, Barrie abbia deciso di non rinnegare questa storia, inserendone gli eventi comunque nella storia che ci narrerà.

La storia di Peter Pan arriverà nove anni dopo col titolo di Peter e Wendy (successivamente Peter Pan e Wendy e infine Peter Pan) e ci mostrerà la famiglia Darling: madre, padre, cane balia, Wendy, John e Michael.
Nel libro c’è tutto quello che la Disney renderà famoso in seguito: l’ombra strappata a Peter Pan e successivamente ricucita da Wendy, il volo verso l’Isola che non c’è, i Bambini perduti (nome peraltro preso dall’album fotografico che aveva fatto nel cottage di Black Lake ai cinque figli dei Davies, che frequenta e con i quali gioca: i bambini perduti del Black Lake Cottage), i pirati di Uncino in lotta con la truppa di Peter Pan, gli indiani, le sirene, le avventure continue, il coccodrillo.

Però come sempre, la Disney nel creare il suo film aveva operato di cesoie.
Non tanto negli eventi, quanto nelle atmosfere.

Perché il Peter Pan che incontra Wendy e la porta assieme ai  fratelli all’Isola che non c’è (che è un incrocio tra un luogo reale e un luogo metafisico) non è più il bambino ingenuo e gentile, pur se incosciente, del passato.
Ora comanda in modo assoluto i suoi Bambini Perduti, vive immerso nel presente scordando totalmente il passato (al punto da non ricordare alla sera, spesso, le avventure vissute nel pomeriggio, o chi fossero Wendy e i suoi fratelli durante il volo) e incurante di un futuro che teme e che rifiuta, deciso a rimanere per sempre un bambino.
E’ arrogante e presuntuoso, tanto che questo suo tratto viene indicato come la causa dell’odio di Capitan Uncino verso di lui. Ritiene che tutti debbano fare quel che dice e seguire i suoi ordini, lui del resto non è come gli altri, lui è l’unico che ha deciso di non crescere ed è fuggito. E’ lui che è amico delle fate e suona per loro, è lui l’unica persona con la quale le sirene parlano.
Non sa distinguere la realtà dalla fantasia, le mescola, le scambia tra loro, al punto da non sapere più cosa sia vero e cosa no (a un certo punto chiede conferma a Wendy di non essere realmente il padre dei Bambini Perduti, e che lei non fosse la madre di tutti loro). Si atteggia a capo e padre, ma è un bambino privo di reali esperienze.
E questa strana mescolanza tra vero e finto ritorna, per esempio, nel bel film Hook con la scena della cena.
E nell’Isola che non c’è, i giochi mescolano fantasia e realtà con l’innocenza pura e terrificante dei bambini. Infatti i giochi finiscono spesso con cadaveri. Peter Pan e i suoi Bambini Perduti uccidono tranquillamente pirati e indiani, vengono feriti, saranno sicuramente morti in precedenza e altri ne moriranno in futuro. Uccidono ridendo, e poi se ne dimenticano.

Insomma, una storia fantastica sui bambini e sull’immaginazione, che mostra una fanciullezza estremizzata, nel bene e nel male.
E che, grazie probabilmente anche alle trasposizioni abbastanza fedeli oltre che alla scrittura di Barrie che mi ha stupito favorevolmente, non risente quasi per niente del secolo abbondante di vita.

Quasi, dicevo, tranne che per due dettagli.
Il primo è la figura di Wendy, che è ben distante dalla curiosa Alice  di Carroll, pronta a tuffarsi nell’albero per sfuggire alla noia e per soddisfare la sua curiosità.
Wendy invece parte perchè solleticata nell’orgoglio, per poter “giocare a fare la mamma”, prendersi cura di Peter Pan e dei Bambini Perduti, rimboccargli le coperte, sgridarli se deve, raccontargli le favole.
E infatti quando arriva a destinazione e si stabilisce nella casa sotterranea dei Bambini, viene detto che spesso neanche esce di casa, mentre gli altri vivono le loro avventure, perchè impegnata a pulire, cucinare, rammendare vestiti.
Una concezione delle bambine abbastanza dura, ma in effetti nella storia di Barrie lo si vede interagire quasi sempre con bambini, anche i figli dei suoi amici erano tutti maschi.

L’altro dettaglio sono gli indiani.
Già dalla descrizione dei loro comportamenti suonano estremamente stereotipati, vedere i commenti al combattimento nella Notte delle Notti… ma quando  Peter Pan salva (quasi per caso) Giglio Tigrato e gli indiani si mettono in blocco al suo servizio, lui oltre ad accettare la loro subordinazione come dovuta (che è nel personaggio) li definisce costantemente negretti, e Barrie stesso li tratteggia come schiavi catturati in Africa per il modo di parlare.

Che certamente all’epoca sarà stata una cosa comune e divertente, ma al giorno d’oggi stride parecchio. E marca il tempo che passa.

 

Insomma, certamente una delle letture più belle di quest’anno.
E mi ha messo molta voglia di rileggermi il Peter Pan di Loisel e Pan di Dimitri…

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25 novembre 2017 - Posted by | Barrie James Matthew, Uncategorized | , , , ,

2 commenti »

  1. E si capisce con i Bambini Perduti da chi Miura ha preso per narrare i capitoli Lost Children di Berserk.

    Commento di M.T. | 11 dicembre 2017

  2. Giusto!

    Commento di tanabrus | 11 dicembre 2017


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