La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit – The other lands


 

Questo libro è il seguito di Acacia, uno dei primi libri che ho letto direttamente in inglese.
Un bel libro, un fantasy ben fatto la cui unica colpa ai miei occhi di lettore, all’epoca, era di ricordarmi un po’ troppo George Martin in certe cose. Cioè nella struttura familiare della dinastia Akaran, e nei ragazzi protagonisti.
Il fatto che a prevalere su tutti, alla fine del libro, fosse l’equivalente di Sansa invece dell’equivalente di Robb\Jon non aveva aiutato, e così quando dopo qualche tempo era uscito questo secondo libro avevo deciso di aspettare a leggerlo.

Per fortuna il buon Durham all’inizio del libro ha inserito un The story so far che è oro colato per chi ha letto il primo volume diversi anni fa.

Questo nuovo libro inizia con un prologo che ci porta indietro nel tempo, a prima della fine di Acacia, quando ancora governava l’usurpatore del nord, Hanish Mein.
E stando a ciò che si legge, siamo nel bel mezzo di una riscossione tributi in termini di vite umane, da spedire nelle altre terre per commerciare. Il tremendo traffico umano che i Mein denunciavano quando erano sotto gli Akaran, ma che poi avevano continuato a onorare aumentandone anzi i numeri.

E, a quanto pare, richiamando al dovere terre che gli Akaran avevano dimenticato.

 

Prologo

In Luana, durante il nono anno di regno di Hanish Mein.

Sarebbe dovuto toccare a lui. Solo a lui. Ravi lo gridò più e più volte. Saltò per farsi vedere in mezzo alla folla. Si fece largo tra gli altri bambini afferrando ogni soldato dal mantello rosso a cui riuscisse ad arrivare abbastanza vicino. Loro lo ignoravano, o lo spingevano indietro al suo posto, o lo battevano sulla testa e sulle spalle. Ravi non smetteva di gridare. Stavano facendo un errore! Sarebbe andato con loro ovunque volessero portarlo. Si sarebbe comportato bene. Avrebbe fatto tutto quello che gli avessero chiesto, ma Mor non doveva venire coinvolta in questo. Era l’unico altro figlio dei loro genitori. Avevano bisogno di lei. Sua madre non poteva vivere senza di lei. Glielo aveva sentito dire più volte.
“Vi prego” gridò, “lasciatela andare! Lasciatela andare a casa!”
Un soldato tarchiato gli si avvicinò. Era più basso di quasi tutti gli altri uomini, con un torace ampo, pelle indurita dal sola e capelli setolosi come il pelo di un topo. La sua camicia scarlatta tirava sulla pancia. Aferrò Ravi per il mento e gli parlò avvicinandosi a lui, le parole al sapore di aglio dell’uomo calde sulla sua pelle. “Siete entrambi nella quota” disse, il suo accento straniero alle orecchie di Ravi. “Capisci? Siete stati dati tutti e due. Due piselli dallo stesso baccello, due cuccioli della stessa nidiata. E’ così, bimbo. Accettalo, e la tua vita non sarà così male.”
L’uomo provò ad allontanare il bambino. Quando Ravi si aggrappò al suo braccio, l’uomo borbottò di essere stato anche troppo paziente. Chiuse la mano in un pugno e colpì il bambino sul naso. Ravi vide tutto nero per un momento. Quando la vista gli
si schiarì si rialzò sputando, confuso, le sue labbra e il suo mento sporchi di sangue.
“Ravi…” La voce di sua sorella finalmente lo raggiunse. La sua voce era parte del perché stesse strillando. Temeva di sentirla. Cominciò a muoversi verso un altro uomo con il mantello rosso, ma Mor gli gettò le sue braccia attorno al corpo rifiutando di essere ignorata. “Ti prego, Ravi, smettila! Non serve a niente. Li farai solo arrabbiare.”
Arrabbiare? Ravi pensò. Arrabbiare? Cosa importava che fossero arrabbiati? Arrivò quasi a rivoltarglisi contro con male parole, ma la sua presa su di lui era salda e, in realtà, non voleva davvero liberarsi da lei. Sapeva che aveva ragione. Era sempre molto più calma di lui. Non compiva mai azioni inutili, come invece lui faceva spesso. Alla fattoria, lavorava ogni giorno con rigore e lentezza. Si muoveva come una vecchia, pensava. Ma in qualche modo finiva sempre i suoi compiti prima di lui, anche se lui era più veloce e più forte. Anche adesso, era molto più calma di lui. Riconoscere questo fatto lo bloccò più della presa di lei e più della sua stanchezza e del dolore al viso.
“Bravo, Ravi, vieni.” mormorò lei, riportandolo indietro in mezzo alla massa di bambini. “Meglio che non ti vedano. Non mi lasceranno andare. Lo sai, e potrebbero invece separarci se continui ad attirare così l’attenzione su di te. Non voglio essere da sola, Ravi.”
Neanche lui lo voleva. Si lasciò portare nel centro del gruppo, scivolando tra gli altri fino a che non furono solo due tra molti. Adesso che aveva smesso di protestare, lui e sua sorella erano poco differenti da tutti gli altri. Vide poche facce dei villaggi vicini. Gli altri erano stranieri, ma a giudicare dai loro vestiti, dai loro comportamenti e dagli occhi pieni di paura, erano tutti come loro. Anche loro erano bambini di fattoria, provenienti dai fertili ma isolati territori del nord delle Terre dei Laghi. Erano stati radunati in una città che non aveva mai visto. Erano come tante pecore portate in un prato e tenute sotto controllo da lupi in vesti rosse.
Quanti erano? Centinaia, pensò Ravi. Bambini di sette o otto anni, qualcuno vecchio come lui e sua sorella gemella, tredicenni. Tutti avevano occhi spaventati e spesso bisbigliavano con i vicini, cercando di capire qualcosa di ciò che stava accadendo. I loro capelli erano prevalentemente di un biondo argenteo, l’aspetto magro e pallido, gli occhi sottili e infossati, con un’espressione che spesso faceva ridere gli stranieri, che li credevano persone stupide e passive. Non erano stupidi, invece, né passivi. Erano così a nord da essere spesso stati dimenticati dagli abitanti del Mondo Conosciuto. All’improvviso questo era cambiato, pensò Ravi, e il cambiamento sembrava già irreversibile.
I gemelli sedevano uno accanto all’altro, in mezzo agli altri. Mor pulì il viso di Ravi con la sua manica, facendogli sollevare il capo. Lui lo fece svogliatamente, accettando le sue cure ma incapace di guardarla negli occhi, cosa che invece sapeva lei voleva. Non aveva mai pianto, per ora. Aveva paura che se avesse guardato la sorella questo sarebbe potuto cambiare: il suo viso era un chiaro memento di tutto ciò che avevano perso.

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5 aprile 2014 - Posted by | Durham David Anthony | , , , , ,

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