La torre di Tanabrus

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Incipit – Il sogno del Villaggio dei Ding


Questo libro non è un fantasy, ma il racconto di cosa accadde in Cina quando il governo lanciò una campagna per la “vendita del sangue” tra i contadini. Campagna massiccia che, una volta incrociata con la scarsa igiene di chi si era occupato di attuarla, in breve tempo portò a epidemie di una nuova, tremenda malattia: l’AIDS, che sterminò interi minuscoli villaggi di campagna.
Come il villaggio dei Ding, di cui facciamo la conoscenza dell’anziano maestro Ding, padre del responsabile della vendita del sangue in tutta quella zona, un individuo arrogante e arrivista che si era arricchito tremendamente alle spalle (e sulla pelle) dei suoi concittadini.
Che scoprono ora il prezzo da pagare per i soldi ricevuti in cambio del sangue, soldi che gli hanno permesso di comprarsi case in mattoni al posto delle vecchie case di paglia: la morte sta arrivando e il villaggio intero sta morendo.

Era il crepuscolo di un giorno di fine autunno. Nella luce del sole al tramonto la pianura del Henan orientale pareva essersi trasformata in una distesa di sangue. Il rosso del tramonto autunnale copriva cielo e terra. La stagione era inoltrata e faceva un freddo pungente, così per le strade del Villaggio dei Ding non c’era anima viva.
I cani si erano rintanati nelle loro cucce.
Le galline se ne stavano appollaiate sui trespoli.
Anche le mucche si erano da un pezzo sdraiate al calduccio delle stalle.

Il Villaggio dei Ding era immerso in un silenzio assoluto, palpabile. Era ancora vivo, ma sembrava morto. e in quella quiete, in quel profondo autunno, in quel crepuscolo, il villaggio era come appassito, anche le persone erano come appassite. Inaridite. Anche la vita si era inaridita, come un cadavere sepolto nella terra.
La vita assomigliava a un cadavere.
L’erba della pianura era secca.
Gli alberi della pianura, secchi.
Le dune di sabbia e i campi coltivati, dopo l’ondata rosso sangue, parevano anch’essi rinsecchiti.

La gente del villaggio se ne stava rintanata in casa, nessuno usciva più.

Quando il nonno Ding Shuiyang tornò dalla città, il crepuscolo si era già disteso sulla pianura. L’autobus con cui era giunto da Weixian l’aveva lasciato sul bordo della strada come il vento d’autunno lascia per terra una foglia morta, prima di proseguire verso la lontana Dongjing. La strada che conduceva al Villaggio dei Ding era stata cementata dieci anni prima, all’epoca in cui tutti gli abitanti si vendevano il sangue. Il nonno se ne restò lì sul bordo della strada a guardare il villaggio che si stendeva davanti ai suoi occhi, finché una folata di vento non scosse la sua mente intorpidita dal viaggio. Lungo tutto il tragitto non era riuscito a districarsi dal groviglio di pensieri che lo avviluppava. Ma ora cominciava a capire, er la prima volta da quando era partito dal villaggio in autobus per recarsi in città a sentire tutti quegli interminabili e confusi discorsi dei funzionari locali e ripartire poi alla volta di casa, ora finalmente intravedeva una luce, come se un raggio di luce si levasse in un cielo limpido.
Si rendeva conto che le nubi portano con sé la pioggia.
Che l’autunno porta il freddo.
Si rendeva conto che quelli che dieci anni prima avevano venduto il sangue adesso erano destinati ad ammalarsi di febbre. E di febbre sarebbero morti, se ne sarebbero andati come le foglie che d’autunno cadono a terra volteggiando.

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5 marzo 2014 - Posted by | Lianke Ian | , , ,

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