La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit: Delitto e castigo


Incredibilmente sono in pari, al termine del primo mese dell’anno, con la scaletta di letture che mi ero imposto.
Comincio quindi febbraio attaccando un classico che da tempo riposava nella libreria, ignorato.
I fratelli Karamazov era bellissimo, spero mi piacerà anche questo libro.

Il libro si apre mostrandoci il protagonista, squattrinato e impegnato in qualcosa che, dalla trama, parrebbe proprio il proposito di un delitto. Un protagonista che da subito appare ossessionato, fuori di sé, in uno stato di malattia. Si è isolato, non pensa più ai problemi finanziari, passa il tempo da solo a pensare, a decidersi di fare questa cosa.
Medita un omicidio (penso) e al contempo si stupisce di avere paura di incontrare la padrona di casa, cui deve parecchi soldi.

Di certo posso dire che per il mio gusto personale ci sono troppe virgole in questo inizio di romanzo, ma del resto è un po’ datata come stesura…

Parte prima

Capitolo primo


In una giornata straordinariamente calda del principio di luglio, verso sera, un giovane, uscito dalla stanzetta che aveva in subaffitto nel vicolo di S., scese in istrada e lentamente, con l’aspetto di una persona indecisa, s’avviò verso il ponte di K.
Per la scala riuscì a evitare l’incontro con la sua padrona di casa. La stanzetta del giovane era situata proprio sotto il tetto di un alto casamento a cinque piani e rassomigliava piuttosto a un armadio che a un’abitazione. La padrona di casa, che gli dava in fitto quel bugigattolo, includendo nel  prezzo desinare e servizio, dimorava una tesa di scala più in basso, in un quartierino separato; quindi, per scendee in istrada, egli non poteva fare a meno di passare davanti alla cucina della donna, la cui porta era quasi sempre spalancata sulla scala. Ogni volta che passava provava una sensazione di paura morbosa della quale si vergognava e che gli faceva aggrottare le ciglia: aveva un grosso debito verso la padrona di casa e perciò temeva d’incontrarla.
Egli non era un pauroso, un uomo avvilito, tutt’altro, ma da qualche tempo era in uno stato di irritabilità e di tensione che rasentava l’ipocondria: s’era tanto sprofondato in se stesso e tanto allontanato da tutti che temeva qualsiasi incontro, non solo quello della padrona di casa. Era oppresso dalla miseria, ma negli ultimi tempi neppure le ristrettezze finanziarie gli pesavano. Aveva smesso di occuparsi delle sue faccende abituali e non aveva voglia di ritornarvi. In verità non temeva la padrona di casa, checché costei potesse meditare contro di lui. Ma fermarsi sulla scala, ascoltare tutte quelle chiacchiere sulle miseriucce quotidiane, delle quali non gl’importava nulla, tutte quelle insistenze per il pagamento, minacce, lagnanze, e dover schermirsi, scusarsi, mentire… no: era meglio sgusciar via per la scala, come un gatto, e svignarsela in modo che nessuno lo vedesse.
Questa volta, però, giunto che fu sulla strada, si stupì della propria paura di imbattersi nella creditrice.
“Che sorta d’impresa sto per tentare! E nello stesso tempo, da quali inezie mi lascio intimorire!”, pensò con uno strano sorriso. “Hum… sì… tutto è nelle mani dell’uomo, e tutto esso si lascia portar via sotto il naso, solamente per vigliaccheria… questo è un assioma ormai… Sarei curioso di sapere che cosa gli uomini temono più di tutto. Fare un passo nuovo, dire una parola propria li spaventa al massimo grado… Del resto, io chiacchiero troppo. E non faccio nulla appunto perché chiacchiero. O, forse, chiacchiero perché non faccio nulla. Da un mese in qua ho imparato a chiacchierare standomene sdraiato per giornte intere in un angolo e pensando… al Re Pisello! Ebbene, ora che vado a fare? sono forse capace di
questo? E’ forse una cosa seria? Non è affatto una cosa seria. E’ per il piacere di fantasticare, di divertirmi: balocchi. Sì, magari, siano pure balocchi!”

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3 febbraio 2014 - Posted by | Dostoevskij Fedor | , ,

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