La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit: Kim


Proseguiamo con la coda di lettura prevista per il 2014, e passiamo a Kim di Rudyard Kipling.
Un libro preso in offerta anni fa, e poi mai letto venendo sempre accantonato per prediligere libri presi più recentemente.
Beh, alla fine direi che sia arrivato il momento anche per questo romanzo, no?Capitolo primo

O tu che segui la Via Stretta
dai roghi di Tofet al Giorno del Giudizio,
sii gentile con il “pagano” che prega
Buddha a Kamakura!

Buddha a Kamakura

Sedeva, noncurante delle disposizioni municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah posto su una piattaforma di mattoni dinanzi al vecchio Ajaib-Gher, il museo di Lahore che gli indigeni chiamano la Casa delle Meraviglie. Quell’imponente pezzo di bronzo verde è sempre stato il bottino più ambito dai conquistatori giacché chi possiede Zam-Zammah, il “drago sputafuoco”, controlla il Punjab.
E Kim -che aveva costretto il figlio di Lala Dinanath a scendere di lì- era in parte giustificato dal fatto che gli inglesi controllavano il Punkab, e lui era inglese. Per quanto avesse la pelle bruna come un indigeno; per quanto parlasse più volentieri il vernacolo, e la lingua madre con un’inflessione incerta cantilenante; per quanto frequentasse i ragazzi del mercato, Kim era bianco… un bianco povero fra i più poveri. La meticcia che si occupava di lui (fumatrice di oppio e sedicente commerciante di mobili usati in una bottega nei pressi della piazza dove sostano le modeste carrozze da nolo) raccontava ai missionari di essere la sorella della madre di Kim, quando in realtà la madre del ragazzo era stata bambinaia presso la famiglia di un colonnello e aveva sposato Kimball O’Hara, un givoane sergente portabandiera del reggimento irlandese dei Maverick. O’Hara aveva poi trovato impiego alla Sind, Punkab and Delhi Railway, e il reggimento aveva fatto ritorno in patria senza di lui. In seguito alla scomparsa della moglie, morta di colera a Ferozepore, O’hara aveva cominciato a bere e a vagabondare assieme al figlio, un bambino di tre anni dagli occhi vispissimi. In apprensione per la sorte del piccolo, istituti e preti avevano cercato di prenderlo in affidamento, ma O’Hara era sempre riuscito a seminarli fino a quando non aveva incontrato la donna meticcia che gli aveva fatto conoscere l’oppio e se ne era andato come se ne vanno i bianchi poveri in India. Alla sua morte, lasciò in eredità tre documenti: uno era quello che lui chiamava il suo
ne varietur, dalle parole riportate in calce alla propria firma, e un altro era il permesso di trasferimento a un’altra loggia. Il terzo era l’atto di nascita di Kim. Eppure quelle cose, ripeteva instancabilmente nell’ebbrezza dell’oppio, avrebbero contribuito a fare del piccolo Kimball un uomo. Kim non avrebbe mai dovuto separarsene, in quanto erano parte di una grande magia, quella stessa magia che gli uomini praticavano laggiù dietro il museo, nel grande Jadoo-Gher bianco e azzurro: la Casa Magica, come noi chiamiamo la Loggia Massonica. Un giorno, non faceva che ripetere, tutto si sarebbe sistemato, e qualcuno avrebbe issato il corno di Kim fra due enormi pilastri di bellezza e vigore. Sarebbe stato il colonnello in persona, giunto a cavallo in testa al miglior reggimento del mondo, a prendersi cura di Kim… del piccolo Kim, che avrebbe quindi avuto un destino migliore di quello di suo padre. Novecento diavoli, devoti a un Toro Rosso su un campo verde, si sarebbero presi cura di Kim, se non si fossero dimenticati di O’Hara… il povero O’Hara, che era stato caposquadra sulla linea di Ferozepore. E ce ora versava lacrime amare sulla sua traballante sedia di vimini in veranda. Per questo, dopo la sua morte, la donna cucì la pergamena, il permesso e l’atto di nascita in un astuccio porta amuleti in cuoio che appese al collo di Kim.
“E un giorno”, gli dise ripetendo in modo piuttosto confuso quel che ricordava delle profezie di O’Hara, “verranno da te un Toro Rosso su un campo verde e il colonnello in sella al suo grande cavallo, si, e anche” aggiunse in inglese, “novecento diavoli”.
“Ah”, rispose Kim, “me ne ricorderò. Un Toro Rosso e un colonnello a cavallo, si, ma prima, diceva mio padre, arriveranno due uomini a preparare il terreno. Perché, diceva, si è sempre fatto così, quando gli uomini praticano la magia è sempre così”.

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14 gennaio 2014 - Posted by | Incipit, Kipling Rudyard | , ,

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