La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit: Freya the huntress


Questo libro dovrebbe essere il seguito di Omar the immortal, un breve racconto che ho letto la scorsa estate e che fungeva da primo capitolo di una trilogia.
L’ambientazione è virante al fantasy, in una Terra alternativa dove gli effetti dell’ultima glaciazione sono stati differenti e la civiltà si è sviluppata principalmente più a sud, con l’Europa rimasta preda dei ghiacci.
Una terra dove i morti restano in circolazione sotto forma di spettri ben visibili da tutti, in determinate condizioni, e dove esiste uno strano metallo che consente di intrappolare l’anima delle persone, asservendole a sé.

In quel primo racconto avevo letto di questo immortale di nome Omar, che girava armato di spada inseguendo un proprio obbiettivo, e alla ricerca di risposte sul metallo che intrappola le anime.
Lì avevamo letto dell’Islanda, una fantomatica terra priva di ghiaccio sita oltre i ghiacci europei.

Questo secondo capitolo -finalmente di dimensioni più congrue- ci porta proprio in Islanda, dove facciamo la conoscenza di Freya e di suo marito Erik, dei cacciatori che vivono in un piccolo e remoto villaggio.
E che si troveranno a dover affrontare una minaccia che sembra uscita direttamente dagli antichi miti. Miti norreni, in quanto a quanto pare venerano una sorta di Odino e hanno una mitologia molto, molto simile a quella degli Asgardiani.

L’unica pecca, per ora (19% del libro) è che mancano collegamenti col primo racconto. Vedremo se più avanti nella lettura comparirà Omar.

Capitolo 1. La bestia

Un grido squarciò l’immobilità della nutta, echeggiando sui pendii innevati dal piccolo cottage in fondo alla valle.
Freya sgranò gli occhi e sorrise. “Quanto pensi che sia grande il ragno che Katja ha appena trovato nella ghiacciaia?”
Erik sorrise e si chinò su di lei per baciarla.
Il secondo grido fu più lungo del primo, un suono gorgheggiante che nell’oscurità faceva rabbrividire di dolore e terrore.
Freya si alzò così velocemente da rischiare di colpire in pieno il naso di Erik, ma suo marito si stava già allontanando da lei, alzandosi in piedi e mettendosi i pantaloni. Mentre il giovane uomo si lanciava intorno al fuoco per raccogliere la sua lancia, Freya afferrò il suo lungo cappotto di pelle e se lo avvolse intorno. “Non è un ragno.” Chiamò, rivolta verso la collina, “Arfast!”
Perché dovrebbe gridare così? Un orso? Un fantasma?
Eril stava già correndo lungo il pendio, i suoi stivali che calpestavano la terra ghiacciata e l’erba congelata, la sua lancia d’acciaio che brillava sotto la luce della luna. Le sue lunghe gambe volavano sul terreno scuro, ma la strada per tornare alla piccola casa accanto al lago era lunga.
Molto lunga.
“Arfast! Dove diavolo sei?” Freya battè i piedi al suolo e impugnò la sua lancia proprio quando un’enorme alce bianca apparve sulla cresta della collina e trotterellò verso di lei. Freya gli saltà in groppa e afferrò la pelliccia del suo collo. “Hya!”
L’alce si lanciò lungo il crinale, sfrecciando sul ghiaione sciolto. Piccoli sassi rimbalzarono via nelle ombre e pezzi di ghiaccio si scheggiarono e rotolarono verso valle. Ma ben presto gli zoccoli di Arfast stavano colpendo la terra gelata, e poi stava correndo in mezzo all’alta erba morta mentre procedevano sempre più in basso verso il fondo della valle e il cottage accanto alle acque calde del lago. Freya non degnò di uno sguardo Erik mentre lo superò. Tutto quello che riusciva a vedere era la luce tremolante del fuoco dietro la finestra della loro casa, un singolo punto di colore caldo nella notte.
La donna gridò una terza volta, e Freya chiamò di rimando, “Katja!”
La luce dietro la finestra sparì, e la notte inghiottì il cottage.
L’alce bianca saltò il basso muricciolo di pietra che delimitava il giardino e si fermò accanto alla casa. Freya stava già scendendo dal suo dorso mentre ancora l’animale stava fermandosi, e partì di corsa verso l’ingresso del cottage con la lancia in mano. La tenda di pelle era stata strappata, consentendo a qualche pallido raggio di luce stellare di penetrare sul pavimento nella casa, ma il resto del cottage era nascosto nell’ombra.
“Katja?” Freya esitò. Poteva sentire qualcuno ansimare con respiri umidi e difficoltosi. “Katja?”
Una figura scura si scagliò fuori dalle ombre, scontrandosi con la sua spalla e facendola cadere a terra.
“Per i nove inferni!” Freya mantenne la presa sulla fredda lancia d’acciaio mentre colpiva il suolo, e tornò rapidamente sui suoi piedi cercando a destra e a sinistra il suo assalitore. Il cuore le stava martellando in petto e un’ondata di calore le investì le braccia e il viso. Osservò il campo immerso nell’ombra, ascoltando.
Là.
La figura era accucciata vicino all’acqua trenta passi più in là, nascosta dalle ombre delle rocce sulla spiaggia. Non si muoveva ma poteva sentire il suo respiro affannato al di sopra del soffice infrangersi delle onde del lago.
E’ troppo magro e veloce per essere un orso.
Osservò la figura, desiderando che i suoi occhi diventassero più acuti, desiderando che la luna diventasse più luminosa, ma non accadde niente di tutto ciò.
Potrebbe essere un lupo? Non ci sono lupi nell’Islanda Occidentale da anni, no?
Erik superò il muro del giardino e corse al suo fianco, dove piantò la sua lancia nella terra soffice. La sua mano sinistra danzò nell’oscurità, facendo dei segni. “Quanti?”
“Uno”, sussurrò Freya. “Là.” Indicò la forma oscura al limitare dell’acqua.
“E Katja?” chiese a segni Erik.
“Dentro,” disse Freya. “Valla a controllare.”
“Aspetta qui.” Erik entrò in casa.

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25 novembre 2013 - Posted by | Incipit, Lewis Joseph Robert | , , ,

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