La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit: Deadhouse gates


Il primo impatto con questo secondo volume di Malazan  è stato tremendo.
Il primo libro l’avevo letto nel lontano 2010, e la complessità della saga è tale da avermi fatto vacillare non poco.

Terminato il primo capitolo sono corso a rileggermi le impressioni sul primo libro, e poi l’intera trama su wikipedia. Rimanendo con un soffuso malessere per l’enormità della saga e i miei pochi ricordi precisi al riguardo.
Ricordo certe scene, certi personaggi, ma altri no e sopratutto le sottigliezze della magia, degli Dei, delle Alte Case.
Vediamo se riesco a reimmergermi nelle atmosfere di Malazan, o se dovrò prima rileggere I giardini della luna

Comunque dopo aver fatto un punto della situazione la situazione è migliorata moltissimo, non dovrei avere grossi problemi con la lettura.
Certo non aspetterò tre anni per il terzo libro, nel caso in cui decida di continuare la lettura…

Prologo

Cosa puoi vedere nella contusa linea dell’orizzonte
che non possa essere cancellato
dalla tua mano alzata?

 -I Bruciaponti-
-Toc il Giovane-

Anno 1163 del Sonno di Burn
Nono anno del Regno dell’Imperatrice Laseen
Anno della scelta.

Arrivò nella Piazza del Giudizio ondeggiando dalla Strada delle Anime, una massa informe di mosche. Grumi in fermento strisciavano sul suo corpo in una migrazione senza mente, neri e scintillanti, e occasionalmente cadevano via in gruppi frenetici che esplodevano in voli frammentati quando colpivano le pietre.
L’Ora Assetata si stava avvicinando alla fine e il prete traballò nel suo cammino, cieco, sordo e silenzioso. Onorando in questo giorno il suo dio, il servo dell’Incappucciato, Signore della Morte, si era unito ai suoi compagni denudandosi e ricoprendosi del sangue degli assassini giustiziati, sangue che era stato conservato in anfore giganti allineate lungo i muri della navata del tempio. I fratelli si erano poi incamminati in processione nelle strade di Unta per salutare gli spiriti del dio, unendosi alla danza mortale che segnava l’ultimo giorno della Stagione della Putrefazione.
Le guardie allineate nella Piazza si spostarono per fare passare il prete, poi si allontanarono ulteriormente per la nube vorticosa e rumorosa che lo seguiva. Il cielo sopra Unta era ancora più grigio che blu, per via delle mosche che erano calate all’alba sulla capitale dell’Impero di Malazan e che adesso si alzavano, volando lentamente oltre la baia, verso le paludi salate e le isole sommerse oltre la scogliera. La Pestilenza arrivava con la Stagione della Putrefazione, e la Stazione era straordinariamente capitata per tre volte negli ultimi dieci anni.
L’aria della Piazza ronzava ancora, era ancora maculata mentre si riempiva di polvere in volo. Da qualche parte nelle strade un cane guaiva come qualcosa vicino alla morte ma non abbastanza, e vicino alla fontana centrale della Piazza il mulo abbandonato che era crollato prima ancora scalciava debolmente l’aria. Le mosche erano strisciate nella bestia da ogni orefizio e ora era rigonfio per il gas. L’animale, testardo come tutta la sua razza, stava morendo da più di un’ora. Mentre il prete senza notarlo avanza con andatura incerta, le mosche si levarono dal mulo unendosi a quelle che già lo stavano circondando.
Era palese per Felisin, da dove lei e gli altri stavano aspettando, che il prete dell’Incappucciato si stava dirigendo verso di lei. I suoi occhi erano dieci mila occhi, ma era sicura che fossero tutti fissi su di lei. E ugualmente, anche questo crescente orrore non riusciva a smuovere il torpore che avvolgeva come un telo la sua mente; era consapevole del terrore che nasceva in lei, ma sembrava più una memoria della paura piuttosto che una paura presente adesso in lei.
Ricordava con difficoltà la prima Stagione della Putrefazione che avesse vissuto, ma ricordava bene la seconda. Poco meno di tre anni addietro, aveva assistito a questo giorno al sicuro nella villa di famiglia, in una solida casa con le finestre sbarrate e con l’acre fumo delle foglie di istaarl che permeava le alte mura del cortile. L’ultimo giorno della Stagione e la sua Ora Assetata erano state un periodo di distante repulsione per lei, irritanti e scovenienti ma niente di più. Allora aveva dato poco peso agli innumerevoli mendicanti della città e agli animali randagi privi di rifugio, o perfino ai più poveri abitanti che venivano forzati in gruppi di pulizia nei giorni seguenti.
La stessa città, ma un mondo diverso.
Felisin si domandò se le guardie si sarebbero mosse verso il prete mentre si avvicinava alle vittime della Scelta. Lei e gli altri allineati erano sotto la custodia dell’Imperatrice ora – responsabilità di Laseen-  e il cammino del prete poteva essere visto come cieco e casuale, lo scontro ormai prossimo dovuto al caso più che alla volontà, anche se Felisin sentiva nelle ossa che non era così. Le guardie in armatura si sarebbero fatte avanti, cercando di deviare il cammino del prete, conducendolo in salvo attraverso la Piazza?
“Non penso” disse l’uomo accovacciato alla sua destra. Gli occhi socchiusi, sepolti in profondità nelle loro orbite, lampeggiarono con qualcosa che poteva essere divertimento. “Ho visto il tuo sguardo passare dalle guardie al prete, dal prete alle guardie.”
L’uomo grande e silenzioso alla sua destra si alzò lentamente in piedi, tirando con sé la catena. Felisin sobbalzò quando gli anelli la strattonarono, mentre l’uomo incrociava le braccia davanti al petto nudo e segnato dalle cicatrici. Fissò il prete in avvicinamento ma non disse niente.
“Che vuole da me?” chiese Felisin in un sussurro. “Cosa ho fatto per meritarmi l’attenzione di un prete dell’Incappucciato?”
L’uomo accovacciato si piegò all’indietro sui talloni, inclinando la faccia verso il sole del tardo pomeriggio. “Regina dei Sogni, è giovinezza egocentrica quella che sento da queste labbra dolci e piene? O è solo la solita convinzione che il mondo giri intorno al sangue nobile? Rispondimi, ti prego, Regina!”
Felisin lo guardò in malo modo. “Stavo meglio quando ti credevo addormentato… o morto.”
“I morti non si accovacciano, ragazza, si distendono. Il prete dell’Incappucciato viene per me, non per te.”
A questo punto lei lo fissò, la catena tesa tra loro. Sembrava più una rana dagli occhi infossati che non un uomo. Era calvo, il viso segnato dai tatuaggi, simboli piccoli, neri e cerchiati nascosti in uno schema di pelle come su una pergamena arricciata. Era nudo a parte per un perizoma a brandelli di un rosso ormai sbiadito. Le mosche strisciavano su tutto il suo corpo; riluttanti a lasciarlo, danzavano su di lui – ma, realizzò Felisin, non per lo schema desolante dell’Incappucciato. I tatuaggi ricoprivano l’uomo – il volto da cinghiale che ricopriva la sua stessa faccia, il labirinto di scritture, la pelliccia arricciata che scendeva dalle sue braccia, a coprire le sue parti intime, e gli zoccoli ben disegnati, inscritti nei suoi piedi. Fino a ora Felisin era stata troppo concentrata su sé stessa, troppo intorpidita dallo shock per pensare ai suoi compagni incatenati con lei: questo uomo era un prete di Fener, il CInghiale dell’Estate, e le mosche sembravano saperlo, capendo abbastanza da modificare i loro movimenti frenetici. Guardò con rapimento come si raccoglievano alla fine dei polsi dell’uomo, le vecchie cicatrici che erano l’unico punto non reclamato da Fener, ma i percorsi che prendevano gli insetti non toccavano alcuna linea tatuata. Le mosche danzavano una danza che evitava i tatuaggi, ma erano comunque liete di danzare.
Il prete dell’Incappucciato era arrivato. La catena si tese mentre l’uomo alla sinistra di Felisin si ritrasse per quanto fosse consentito dalla lunghezza della catena. Il muro alle sue spalle era caldo, le piastrelle – dipinte con scene di sfarzo imperiale- ora erano sdrucciolevoli attraverso la sottile stoffa della sua tunica da schiava. Felisid fissò la creatura circondata dalle mosche che stava senza parole davanti al prete di Fener accovacciato. Non vedeva nessun lembo di pelle, niente dell’uomo -le mosche lo avevano reclamato interamente e sotto di loro lui viveva nell’oscurità dove perfino il calore del sole non lo poteva raggiungere. La nube attorno a lui si allargò e Felisin scattò all’indietro mentre innumerevoli zampe fredde d’insetto le toccarono le gambe, strisciando sulle sue cosce -strinse la tunica attorno a sé, stringendo le gambe.
Il prete di Fener parò, la sua faccia larga aperta in un sorriso privo di divertimento. “L’ora Assetata è finita da un pezzo, Accolita. Torna al tuo tempio.”
Il servo dell’Incappucciato non rispose ma sembrò che il ronzio cambiasse tono, fino a quando il rumore delle ali vibrò fin dentro le ossa di Felisin.
Gli occhi profondi del prete si strinsero e il suo tono mutò. “Ah, bene. Certo, un tempo ero un servitore di Fener ma non più, non da anni -il tocco di Fener non può essere cancellato dalla mia pelle. Ma sembra che mentre il Cinghiale dell’Estate non nutre più amore nei miei riguardi, ne ha ancora meno verso di te.”
Felisin sentì qualcosa tremare nella sua anima mentre il ronzio mutò rapidamente, formando parole che poteva comprendere.
Segreto… da mostrare… adesso
“Vai avanti, allora,” ringhiò il fu servitore di Fener, “mostramelo.”
Forse Fener agì in quel momento, la mano di un dio infuriato -Felisin avrebbe ricordato quel momento e ci avrebbe ripensato spesso- o il segreto era la presa in giro degli immortali, uno scherzo molto oltre la sua capacità di comprensione, ma in quel momento l’ondata di terrore che cresceva dentro di lei divenne totale, l’intorpidimento del suo spirito spazzato via mentre le mosche esplodevano verso l’esterno, disperdendosi in ogni direzione per mostrare… nessuno.
L’ex prete di Fener si ritrasse come fosse stato colpito, i suoi occhi spalancati. Da tutta la Piazza una mezza dozzina di guardie gridò, suoni privi di parole che uscivano dalle loro gole. Le catene shioccavano mentre altri lungo la linea scattavano come per correre via. Gli anelli di ferro inchiodati al muro erano tirati, ma tenevano e tenne anche la catena. Le guardie corsero verso di loro e la linea tornò indietro, sottomessa.
“Ora, questo,” mormorò l’uomo tatuato, scosso, “non me l’aspettavo proprio.”

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22 settembre 2013 - Posted by | Erikson Steven, Incipit | , , , , ,

5 commenti »

  1. Per curiosità: perchè tre anni? Se non sbaglio in ita è stata tutta o quasi pubblicata

    Commento di Munky | 22 settembre 2013

  2. Tre anni fa mi ero letto il primo libro in cartaceo inglese, poi la serie era finita indietro, sommersa da altri libri presi nel frattempo… destino comune a molte altre serie che ho cominciato a leggere, di cui magari ho letto solo il primo volume per ora (penso a The court of air, o a Heroes die, o addirittura a Rothfuss!).

    Piano piano spero di recuperare tutto… (questo libro lo avevo in coda da un anno, ho preso questo anno “sabbatico” di recupero arretrati anche per questo motivo. Probabile l’astensione da grandi moli di nuovi acquisti si protragga anche al prossimo anno, visti i titoli che ho ancora in coda 😀 )

    Commento di tanabrus | 23 settembre 2013

  3. a dire il vero l’impatto del secondo libro lo trovo MENO atroce del primo

    Commento di Bruno | 23 settembre 2013

  4. Ma no… io ho trovato durissimo l’inizio del secondo solo perché “sapevo” che c’erano collegamenti con quanto già letto, ma non ricordavo “cosa” avessi letto nei dettagli.

    Commento di tanabrus | 23 settembre 2013

  5. In Italia mancano ancora due volumi e mezzo da essere pubblicati.
    Che la saga non sia immediata è vero: con Erikson ci vuole tempo e pazienza, ma poi si viene ripagati. Questo è logico, dato che l’autore parla della storia di un intero mondo con i suoi vari continenti, senza contare il suo passato e i misteri che cela: una storia molto ampia, se non immensa, dove si cominciano ad avere le cose chiare solo dopo diversi romanzi, perché davvero c’è tanto da raccontare.

    Commento di M.T. | 23 settembre 2013


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