La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit – La battaglia di passo Keleb


Ritorno a leggere l’opera di Fabrizio Valenza, e lo faccio con il quarto volume.
I primi tutto sommato mi era piaciuti, pur con qualche pecca che avevo già indicato, e probabilmente alla storyline principale, quella di Geshwa, ho preferito quella dell’amico mago Nargolìan cui era dedicato l’intero terzo volume.

Con questo volume invece torniamo al protagonista della saga, Geshwa, ora di stanza a Passo Keleb e Comandante di Centa.
Poveretto, il titolo del libro certo non preannuncia una sistemazione comoda e di riposo per il giovane guerriero.

Comunque il prologo ci mostra tutt’altro.
Ci mostra Asshar, l’antico mago maestro di Nargolìan, intento a correre alla sede del Consiglio dei maghi per parlare con Antrasàr.
Di cosa?
Del Profeta, come abbiamo visto in precedenza. Il Profeta che aveva assistito alla nascita di Geshwa e che ne aveva previsto il futuro fondamentale per tutti. Il Profeta che ora si trova in custodia presso un Cavaliere fidato.
Il Profeta che potrebbe significare che c’è più in gioco che non la sola magia, una volontà superiore finora rifiutata dai maghi. Una presenza divina che potrebbe far crollare le certezze dei Giusti.

Senza dubbio questo prologo non avrà ripercussioni immediate, immagino questo filone sul Consiglio si dipanerà molto lentamente, per esplodere quando Geshwa e magari Nargolìan saranno pronti per prendere il loro posto nelle profezie.

Comunque devo dire che lo stile, nelle prime righe, mi è risultato abbastanza peso nella descrizione iniziale. Le cose migliorano molto quando si passa più all’azione o comunque si segue la storia, ma le descrizioni non sono molto agevoli.

Prologo

L’ora di Xorlia era passata da parecchio tempo e le ombre della notte e dello spavento erano calate nelle strade della Capitale.

Il freddo dell’inverno avvolgeva i palazzi di Grodestà con un rigore che non si ricordava dall’anno 3 dopo l’Intesa, creando una gelida barriera di totale isolamento e i grodestiani se ne stavano rintanati in casa o nei molti luoghi d’intrattenimento. Teatri, locali d’alta lega e luoghi di ristoro, o luride locande e alcove illegittime quali luoghi assai frequentati nella stagione fredda. Nel groviglio di vie antiche e nuove che si diramavano dai quartieri signorili ai borghi periferici meno frequentati, le luci magiche di residenze importanti lumeggiavano solo alcune zone, lasciandone molte altre avvolte dall’umido vuoto del silenzio.

Una notte particolarmente sorda, fino a quando non riecheggiò il galoppo di un cavallo. Giungeva da lontano e andava di gran fretta. I gendarmi ai crocicchi delle piazze centrali lo videro passare ma non intervennero, forse perché si accorsero subito che attorno a chi lo conduceva svolazzava il drappo dei Diedipreia Fran. I Maghi del Consiglio lo utilizzavano poche volte, volendo rimanere per lo più nell’anonimato. Indossarlo era segno di urgenza.

Asshar decise di evitare la principale arteria della città, sebbene la probabile desolazione del Fasciame Trionfale dovuto al freddo gli avrebbe permesso di mantenere un minimo di invisibilità. Si diresse sulle strade che conducevano alla Rocca del Timone, dove i manti di prati curati e sempre verdi salivano lungo il fianco pendente del colle in disegni raffinati e aggraziati, in cima al quale il Palazzo Reale si ergeva nella sua bianca pietra. Egli però si mantenne al margine inferiore della Rocca e seguì la strada che la circondava, infilandosi nel quartiere dei librai. Lanterne di piccola misura, che illuminavano le insegne più importanti, gettarono ombre veloci al suo passaggio. Dunque svoltò laddove il colle sempre fertile grazie alla magia cedeva il passo alla ripida parete rocciosa e si diresse all’ampio palazzo della Guardia Cittadina, passando sotto le alte volte del monolitico complesso. Si trattava di un unico palazzo che si innestava ad anello alle due estremità della Rocca, includendo una piazza semicircolare, al centro della quale si ergeva la Barra, com’era chiamata la Torre del Consiglio Magico.

Il rimbombo degli zoccoli si trasformò in frastuono nella Piazza dei Dettami. Nivante si fermò di fronte alla vasta scalinata bianca che saliva all’altissima torre rivestita di marmi policromi. Asshar scese al volo e corse verso l’ingresso del palazzo. Quando incrociò uno dei feromanti, gli bastò uno sguardo per comunicare l’impellenza della comunicazione da condividere con Antrasàr.

Nell’ampio appartamento, in cui stava dormendo, il Giusto dei Fran si svegliò non appena una figura tremenda si concretizzò in sogno. Anche se non si trattava che del volto ormai conosciuto di uno dei feromanti, era una visione sempre orrenda e detestabile, alla quale non era mai riuscito ad abituarsi. Quegli occhi veicolanti calcolo e freddezza, quella pelle esangue, quei tratti scavati e cadenti da ossa sottili. Tratti orrendi che il Mago detestava trovarsi innanzi di giorno, tanto più di notte.

Si alzò a sedere, di colpo. La frase sentita in corrispondenza della visione del volto mostruoso era stata chiara: Ac Sharde attende di parlare con lei.

Cosa poteva volere Asshar a quell’ora di notte? Era un’abitudine, la sua, d’importunare la gente nel cuore del riposo? Era già successo altre volte, sempre per lo stesso motivo, e il venerabile Mago non s’era mai fatto scrupolo alcuno di disturbare i suoi colleghi nel sonno.

Con un gesto veloce della mano si cambiò d’abito, e con una frase detta sottovoce, quasi per non svegliare la parte di sé che ancora era immersa nel sonno, sussurrò: “Rosban Shogil”.

Percepì mille punture di spillo sulla pelle di tutto il corpo, le pareti e la stanza attorno divennero trasparenti, lasciando intravvedere nel giro di pochi secondi il nuovo ambiente in cui si concretizzò. Si ritrovò al primo piano della Torre, laddove Asshar lo attendeva in un impaziente e frenetico andirivieni.

“Cosa succede, Ac Sharde?” Decise di soprassedere sull’orario e tralasciò le rimostranze. Fargli notare che avrebbe potuto attendere qualche ora, al di là dell’importanza del messaggio, sarebbe stato del tutto inutile.

“Ritorno ora da Passo Keleb, Giusto”.

Sì, sempre la stessa storia.

In ogni caso era necessario poter discorrere in un luogo più appartato. “Seguimi” gli disse.

Antrasàr lo condusse a una sala riservata, nella quale solo lui poteva entrare utilizzando un incantesimo personale. Qualunque altro Mago avesse tentato di forzare l’ingresso, avrebbe fallito facendo scattare automaticamente un incantesimo d’inchiesta. I due si accomodarono.

Asshar osservò il Giusto e si rese conto che la sua calma eccessiva risultava sospetta.

Antrasàr si chiuse nel silenzio in attesa che il suo ospite parlasse.

“Sono certo che quanto ti riferirò, rimarrà tra queste pareti” osservò Asshar.

“Ne hai qualche dubbio, Asshar?”

“No, ma ho molti motivi per assicurarmi perfino dell’ovvio”.

“Allora? Che succede?”

“Il Profeta si trova a Passo Keleb”.

“Come pensavo… ” disse tra sé Antrasàr, abbassando lo sguardo. Fece di tutto per mantenere un decente controllo di sé. “Ancora con questa storia?” domandò in seguito, inquadrando con decisione l’altro Mago.

“Ho fatto un errore a credere che fossi disposto ad ascoltarmi ancora una volta, Giusto?”

Antrasàr sorvolò sulla nota critica della sua voce. “Quale profeta?”

“Quello che una notte di diciotto anni fa si trovava nella dimora di Alsi Olers, in presenza di Sitòr Olers e Delihen Moncorat”.

Gli occhi di Antrasàr rimasero puntati su Asshar, ma il corpo si adagiò allo schienale della poltrona e le braccia si chiusero in un abbraccio sul petto. Poi il Mago piegò la testa di lato, leggermente.

“E c’è dell’altro” aggiunse Asshar. “Mi conferma tutto!”

Il Giusto diede in un accesso di risate che bloccò subito, percependone immediatamente l’inopportunità. La verità era che avrebbe sperato di non udire mai una simile notizia! Le implicazioni di quella rivelazione erano moltissime. Tuttavia… fino a che punto poteva esserne certo?

“Spiegami bene. Voglio capire di più”.

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8 settembre 2013 - Posted by | Valenza Fabrizio | , , ,

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