La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit – The thousand names


Dopo aver terminato la lettura di The mad ship della Hobb, come avevo annunciato sono passato a The thousand names, il libro che mi è arrivato dall’Inghilterra grazie al contest online vinto su un blog.
Il prologo mi ha colto alla sprovvista, dato che a quanto pare ci mostra interamente (sia nel brano che riporto, sia in quello successivo altrettanto lungo) i nemici di chi dovrebbero essere i protagonisti della storia (comandanti imperiali).

L’ambientazione sembra richiamare il nord-africa e il medio oriente, con le popolazioni native che muovono una guerra santa contro l’oppressore coloniale.
Abbiamo i preti infervorati che guidano la rivolta religiosa, abbiamo Jaffa che sotto sotto è inorridito dalle atrocità e pensa che stessero meglio prima, abbiamo il generale che guida i volontari improvvisati, abbiamo il misterioso Fantasma, leader delle tribù del deserto.
Sembra tutto strutturato molto bene.
Abbiamo la magia, introdotta dall’ultimo commento del Fantasma, e che in seguito sempre nel Prologo verrà mostrata meglio quando Jaffa farà rapporto in gran segreto alla Santa Madre, leader di un culto segreto sopravvissuto a questa purga della Redenzione. Gente che ha veri poteri magici, come parlare con i morti.

L’inizio del libro è molto, molto interessante.

Prologo

Jaffa

I nuovi governanti supremi di Khandar si incontrarono nella vecchia sala comune delle Giustizie, i mantenitori di pace armati di randello e guardie che adesso erano la cosa più vicina che la città di Ashe-Katarion avesse a un’autorità civile. Era una stanza cupa, sepolta in profondità nell’antica portineria della città. Jaffa-dan-Iln, in qualità di Grande Giustizia, era nominalmente il padrone di casa in questo incontro, e aveva fatto del suo meglio per apparire in buone condizioni, rimuovendo la sporcizia accumulatasi in decenni, i pacchi di carte, i dadi, e i fogli sparpagliati. Non c’era modo di nascondere i segni e le macchie sui tappeti, però, né i muri di arenaria, privi di decorazioni eccetto che dove qualche Giustizia annoiata li aveva intagliati con un coltello da cintura. Il tavolo era di legno economico ricoperto di macchie, e le sedie erano diverse tra loro, trascinate da ogni stanza della portineria. Jaffa aveva risistemato le librerie e altri mobili per nascondere quantomeno i graffiti più osceni.

Il suono di una campana sulle scale annunciò l’arrivo del primoospite. Il generale Khtoba entrò nella stanza con circospezione, come se stesse avanzando verso una roccaforte nemica. Indossava la sua divisa – pantaloni grigi, una giacca con le frange dorate alle spalle come si addiceva al suo rango. Un triangolo scarlatto, apertosi in alto in una sorta di V, era stato rapidamente cucito sopra il suo cuore per rappresentare il Fuoco della Redenzione. Al suo fianco pendeva una spada talmente ricca di oro e di argento che brillava quando si muoveva. Dietro di lui venivano due altri ufficiali degli Ausiliari, vestiti in modo simile ma meno impressionante.

Il generale si guardò intorno con un’espressione lievemente mascherata di disgusto, scelse la sedia meno malandata e si sedette, offrendo a Jaffa solo un grugnito come saluto. I suoi ufficiali si sedettero ai suoi lati, come se si aspettassero dei problemi.
“Benvenuto, Generale,” disse Jaffa. “Gradite qualcosa da bere?”
Il generale si accigliò. Aveva un volto creato appositamente per accigliarsi, con folte sopracciglia e labbra messe in ombra da ampi e cadenti baffi. Quandò parlò, dell’ora brillò tra i suoi denti.
“No,” disse. “Vorrei finire con questa cosa. Dove sono i dannati preti?”
La campana suonò di nuovo, come in risposta a questa piccola blasfemia. Si sentirono i rumori di un nutrito gruppo di persone sugli scalini, e poi nella stanza entrò il Consiglio Serafico, in branco.
Jaffa era cresciuto sapendo che aspetto aveva un prete – un vecchio, con la barba e grasso, in abiti verdi e viola, oppure una donna pudicamente avvolta nelle sete. Questo nuovo tipo di prete, questi giovani dallo sguardo duro con i mantelli neri, lo mettevano a disagio. Non c’erano donne tra loto, pudiche o meno. Il loro capo era un giovane con i capelli quasi rasati e una cicatrice sotto un occhio, che prese posto al tavolo davanti al generale. I suoi uomini rimasero in piedi dietro di lui.
“Sono Yatchik-dan-Rahska,” disse. “Incaricato dalla Mano Divina di condurre le Spade del Paradiso e supervisionare la rimozione difinitiva della macchia straniera dalla nostra terra.”
Il nome significava “Angelo della Vittoria”, che Jaffa immaginava fosse abbastanza appropriato. La Mano Divina stessa aveva dato il via all’abitudine di utilizzare i nomi degli angeli quando si era fatto chiamare Vale-dan-Rahksa, l’Angelo della Vendetta. Alla velocità con cui il Consiglio si stava allargando, presto ci sarebbe stata penuria di angeli. Jaffa si chiese cosa sarebbe successo quando avessero finito i nomi maschili e intimidatori, e fossero stati costretti a chiamarsi come l’Angelo dell’Affetto Fraterno o l’Angelo dei Piccoli Compiti.
Khtoba si irritò. “Questa rimozione sarebbe dovuta cominciare settimane fa. I maledetti Vordonai erano come frutta nelle nostre mani, pronti per essere raccolti, ma gli è stato permesso di scappare. Adesso la missione di scacciarli costerà a molti fedeli la vita.”
“I veri fedeli sono sempre pronti a morire per la Redenzione,” disse il prete. “Ma penso che tu stia sopravvalutando la difficoltà, Generale.”
“Sopravvalutando?” Khtoba aggrottò le ciglia. “Forse vorresti tentare la scalata delle mura di Sarhatep senza l’aiuto dei miei fucili, allora.”
Yatchik sorrise beato. “Le mura non rappresentano un ostacolo alla volontà del Paradiso.”
“Quindi i servitori del Paradiso hanno imparato a volare?”
“Signori,” disse Jaffa. “Prima di cominciare, devo ricordarvi che il nostro Consiglio non è ancora completo.”
“Oh, certo,” brontolò il generale. “Aspettiamo di vedere cosa hanno da dire un gruppo di ladri di cavalli pederasti.”
“Gli Dèi tengono a tutti i loro figli,” disse Yatchik. “E la gloria arriverà per tutti coloro che servono la Redenzione.”
La campana suonò una terza volta prima che Khtoba potesse rispondere. L’ultimo membro del consiglio non fece alcun rumore sulle scale, ed entrò nella stanza con solo un lieve fruscio di seta. Era vestito in nero dalla testa ai piedi, gli abiti ampi legati alla vita, ai polsi e alle caviglie nello stile Desoltai, con una sciarpa nera di seta avvolta intorno alla testa. La sua faccia era invisibile dietro la sua famosa maschera, un semplice ovale di acciaio lucido con due fori rotondi per gli occhi.
Era Malik-dan-Belial, il Fantasma d’Acciaio, il capo delle tribù del deserto. Era salito al potere molto tempo prima dell’inizio della Redenzione. I cavalieri Desoltai del Fantasma erano stati per anni una spina nel fianco del principe e dei Vordonai, e il Fantasma stesso era l’eroe di centinaia di storie narrate sottovoce. Si diceva che non avesse un volto, solo una macchia nera dietro la maschera, e che avesse venduto la sua identità a un demone in cambio del potere di vedere il futuro.
Nessuno si alzò in piedi al suo ingresso, così toccò a Jaffa il compito di accoglierlo. Si alzò dalla sedia e si inchinò.
“Malik,” disse Jaffa. Il Fantasma non aveva mai richeisto un altro nome o un altro titolo. “Benvenuto. Prego, prendi una sedia.”
“Si, benvenuto,” disse Yatchik. “Stavamo discutendo i pieni per la distruzione dei Vordonai. Magari vuoi darci la tua opinione?”
“E’ troppo tardi,” disse il Fantasma. La sua voce raschiava come seta sull’acciaio, dura con l’accento pesante del deserto. “La flotta 
raschem è arrivata, con i trasporti e le navi da guerra.”
“Non ho avuto notizie del genere,” disse Khtoba. “Come l’hai saputo?”
Il Fantasma fissò il generale con il suo sguardo vuoto, senza volto. “Le navi sono comparse ieri sera.”
Khtoba lo guardò stringendo i denti. Il Fantasma d’Acciaio aveva sempre dato prova di una grande abilità nel sapere più di quanto avrebbe dovuto. Era possibile che un uomo con un cavallo veloce, con parecchi cambi di cavalcatura, avesse potuto coprire le centinaia di miglia tra Sarhatep e la città lungo la strada costiera, ma anche gli uomini di Khtoba avevano senza dubbio controllato la strada, e presumibilmente non avevano visto niente. Questo significava che qualche messaggero Desoltai aveva compiuto l’impresa passando dall’interno, nel deserto della Piccola Desolazione, o che davvero il Fantasma d’Acciaio aveva qualche potere magico.
“Avremo bisogno di conferme,” disse il generale. “Se quello che dici è vero, i miei corrieri riporteranno la notizia domani.”
“Ugualmente,” disse Yatchik, “non sappiamo niente delle loro intenzioni. Potrebbero scegliere la prudenza e tornare nelle loro terre.”
Khtoba digrignò i denti. “Nel qual caso avremmo perso la possibilità di vendicarci degli stranieri e dei loro cani Exopterai.”
“Ci basta che venga portata a termine la Redenzione,” disse il prete. “Non abbiamo bisogno di spargere più sangue del necessario.”
Jaffa aveva visto le pile di cadaveri nella grande piazza davanti al Palazzo. Probabilmente, Yatchik avrebbe detto che 
queste morti erano state necessarie.
“Non lasceranno le nostre coste,” disse il Fantasma. Il Generale e il santo si voltarono a guardarlo. “Stanno scaricando le merci. Uomini, fucili, provviste in grande quantità.”
“Quanti uomini?” chiese Khtoba, dimentico della sua precedente riluttanza ad accettare le informazioni del Desoltai.
“Tre, forse quattromila.”
Il generale sbottò. “Cosa sperano di fare con così pochi uomini? Possono essere così pazzi da credere di sconfiggere la Redenzione? Da soli, i miei Ausiliari sono più numerosi di loro.”
Il Fantasma scrollò le spalle.
“Forse vogliono solo tenere Sarhatep,” disse Yatchik. “Se è così, facciano pure. Non c’è niente di importante così in basso sulla costa.”
“Non possiamo permettergli di mantenere una base d’appoggio,” disse Khtoba. “Dobbiamo bagnare la sabbia col sangue Vordonai e rispedire al loro re una nave piena delle loro teste. Deve capire la follia di mandare eserciti contro di noi.”
“Quindi,” disse Yatchik, lieve come un serpente, “marcerai te contro di loro?”
Khtoba si bloccò. Jaffa vide la trappola. Il generale aveva più paura dei preti che non degli stranieri. Se avesse marciato in forze lontano dalla città e si fosse indebolito in battaglia, non aveva garanzie che al ritorno avrebbe trovato un’accoglienza amichevole.
“Amici,” disse Jaffa, “la città è in tumulto. Non tutti hanno accettato la Redenzione. Può essere che i 
raschem si limiteranno ad aspettare, e se loro faranno così, penso anche noi dovremmo aspettare.”
“Si,” disse Khtoba. “I miei uomini sono necessari per mantenere l’ordine.”
In realtà, i soldati ubriachi delle forze Ausiliarie erano più una minaccia all’ordine pubblico che un aiuto nel mantenere la pace, ma Jaffa si guardò bene dal dirlo. Yatchik sorrise.
“In questo caso, Generale, sei d’accordo con me.”
Khtoba grugnì, concedendo il punto. Jaffa si voltà verso il Fantasma.
“Possiamo fare affidamento su di te per tenerci informati sui movimenti degli stranieri?”
Malik-dan-Belial inclinò lievemente la sua testa mascherata. “Comunque,” disse, “non credo che rimarranno a Sarhatep.”
“Perché?” disse il generale, ansioso di finire questo incontro.
“Tra le migliaia di nuovi arrivi, c’è uno  che possiede il vero potere. Un 
abh-naahem. Queste persone non attraversano l’oceano senza motivo.”
Khtoba sbuffò. “Allora i Vordanai ci hanno mandato un mago, giusto? Vedremo se i suoi incantesimi lo proteggeranno da una palla di connone.”
“Il potere degli Déi supererò la magia di qualunque 
raschem,” disse Yatchik. “Chi crede nella Redenzione non deve avere paura di incantesimi o demoni.”
Il Fantasma si limitò a scrollare nuovamente le spalle.

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27 agosto 2013 - Posted by | Incipit, Uncategorized, Wexler Django | , ,

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