La torre di Tanabrus

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Grave mercy


Grave mercy, di Robin LaFevers.
Il libro prometteva bene, peccato che poi sia naufragato tra assurdità di trama e atmosfere degne da harmony alla sceicco bastardo (e chi sa, sa).

La quarta di copertina recitava:

Perchè essere la pecora, quando puoi essere il lupo?

La diciassettenne Ismae fugge dalla brutalità di un matrimonio combinato arrivando al rifugio del convento di St. Mortain, dove le sorelle servono ancora i vecchi déi. Qui scopre che il Dio della Morte in persona la ha benedetta con doni pericolosi – e con un destino violento. Se sceglie di restare al convento, sarà addestrata come un’assassina e servirà come damigella della Morte. Per reclamare la sua nuova vita, dovrà distruggere le vite degli altri.

Il compito più importante di Ismae la porta diritta nell’Alta Corte bretone, dove scopre di essere completamente impreparata. Non solo per il gioco mortale di intrighi e tradimenti, ma per le scelte impossibili che si troverà a fare. Perché, come può portare la vendetta della Morta su un bersaglio che, contro la sua volontà, le ha rubato il cuore?

Che, d’accordo, anticipa che ci sarà del romance.
Ma la parte iniziale, l’essere lupo, il Dio della Morte che elargisce i suoi doni creando persone letali e in grado di danzare con la morte, le suore addestrate come assassine, tra pugnali e veleni… poteva essere interessante.

Poi scopriamo che in realtà Ismae fugge dal matrimonio combinato a tredici anni. Che è sempre vissuta come una paria perché in realtà avevano provato a ottenere un aborto, ma l’aborto era andato male e lei era sopravvissuta. Col corpo sfregiato dalle cicatrici dovute al potente veleno usato, ma era sopravvissuta. E chi sopravvive all’aborto, è baciato dal Dio della Morte, che è il suo sovrano.
E quando Ismae tenta di sfuggire al nuovo, stupido e violento marito che, scoperta la sua natura, prende come tutti gli altri a pestarla… la conducono al convento di St. Mortain, di cui lei ovviamente non sapeva niente di niente.

Viene resa una novizia assassina, il suo addestramento è basato su combattimenti di ogni tipo e sull’uso dei veleni (cui si scopre immune).
Ha anche alcuni poteri interessanti: quando la Morte vuole una vita, sulla persona compare un marchio che la identifica non più degna di vivere. E solitamente la Morte tenta di proteggere i duchi e le duchesse locali, visto che sono gli unici a tentare di onorare ancora il vecchio Dio, trasformato in Santo Cristiano per sopravvivere.
Mero utilitarismo, insomma.
E potrebbe anche andare bene, ammettiamolo. A nessuno piace morire, e i vecchi déi sono soliti fare di tutto per essere ricordati e adorati. E’ la natura divina.

Il problema sta in questo: Ismae, alla fine della fiera, è tra le tre novizie più grandi. Le suore vere e proprie stanno al convento, a istruirle. Ci viene detto che ce ne sono altre in giro, ma non le vediamo mai.
Delle tre novizie una, la più selvatica, viene mandata in missione per prima, e non fa più ritorno. Senza che nessuno dica niente alle sua amiche riguardo la missione o il suo fato.
Delle due rimaste, Ismae è certamente la meno dotata. Meno brava in combattimento, meno diligente, l’unica sua passione sono i veleni, per i quali ha anche il talento speciale dell’immunità.
Ma contrariamente alle aspettative, Ismae viene mandata in un paio di test. Li supera, uccidendo le vittime designate. Ma viene scoperta da tale Duval, un bestione di soldato che per due volte la coglie sul fatto, e quindi se ne va al convento a lamentarsi: le sue vittime erano sì traditori e spie, ma stava mercanteggiando con loro per capire chi fosse il burattinaio che mirava a spodestare la giovane e ancora indifesa duchessa Anna.

E così, con la madre superiora e il Consigliere della Duchessa che non si fidano di Duval, Ismae gli viene assegnata come compagna per coordinare i loro sforzi nel trovare i traditori.
Il convento ovviamente spera che Ismae faccia piazza pulita di tutti loro, e inoltre che trovi prove del tradimento di Duval giustiziandolo.
Duval che, infatti, non è una persona qualunque, ma il fratellastro della duchessa, figlio bastardo della puttana francese, concubina prima del re di Francia e poi del Duca. Una donna che progetta tradimenti e colpi di stato, ma che con tutto ciò è il pericolo minore per la giovane duchessa…

Diciamocelo chiaramente: il libro ha delle illogicità che fanno piangere.

E’ la missione più importante del convento, e viene mandata una novizia inesperta?
Non ha esperienza di uomini, e ha bigiato quasi tutte le lezioni di seduzione e di arti femminili… come diavolo fanno le suore a non saperlo?? Non ci sono centinaia di novizie, solo poche. E in età utile, tre e basta. Quindi,  la madre superiora deve sapere del suo livello di preparazione.
Non metto in dubbio le abilità nell’omicidio (anche se alla fine, dopo aver fatto fuori i primi due test, sconfiggerà dei predoni solo grazie alla misericordia magica, capace di uccidere con un graffio. E poi ucciderà solo un assalitore della duchessa. Ben poca roba per un’assassina, suvvia…) ma visto che va a fingersi una cortigiana e l’amante di Duval, dovrebbe magari evitare di imbarazzarsi non appena qualcuno gli si avvicina, no?

La speranza era che questa scellerata decisione di mandare lei in missione fosse dovuta a un mefistofelico piano della madre superiora, decisa a liberarsi di lei in qualche modo, per chissà quale oscuro motivo. O magari decisa a mandare fuori un’incapace, per coprire le mosse di assassine decisamente migliori.
Invece niente. Alla fine, la madre superiora davvero era innocente e sicura di essere nel giusto, davvero pensava fosse la migliore scelta possibile.

Senza contare che la verità sugli intrighi si capiva praticamente subito, e solamente Ismae girava con dei prosciutti legati agli occhi.
Lei e Duval, che si fidava della storia e del passato.

Duval. Grande e grosso, abbastanza orso, autore di atti di eroismo ma osteggiato dall’intero consiglio, perché sennò non sarebbe stato emarginato e non avrebbe potuto creare il connubio con Ismae necessario a vincere la sua ritrosia, a conquistare il suo cuore. Mentre lei, giustamente, continua a negarsi pudica.
Salvo, alla fine, comprendere con una splendida epifania che l’unico modo per salvare l’amato (al momento gravemente avvelenato e prossimo alla morte, si spererebbe) è concedersi a lui: è una figlia della morte, e come tale può agire da antidoto ai veleni, usando il proprio corpo.
Giuro, questa è la cosa più stupida e ridicola che abbia letto. O quantomeno ci va vicina, molto vicina.

Insomma: madre superiora (dal nome maschile) idiota, ordine delle suore assassine che alla fine si limita a un gruppo di vecchie politicanti e a bambine addestrate in stile  Ra’s al Ghul, un’assassina che non uccide, traditori annunciati che si rivelano essere, sorpresa!, traditori; love story tra sfregiati che era già ovvia al primo incontro tra i due.
Ah, un plauso poi all’acume e all’attenzione dell’assassina: due missioni fa, due volte incappa in Duval. E non lo riconosce, la seconda volta! Notare che erano le prime due volte che usciva dal convento, dopo 2-3 anni di reclusione e addestramento.
Assassina nata, non c’è che dire.

Un libro francamente inutile e abbastanza ridicolo.

18 ottobre 2012 - Posted by | LaFevers Robin | ,

5 commenti »

  1. Parole sante, una per una. io sono addirittura indecisa se recensirlo, o limitarmi a rimandare alla tua recensione; non avrei da dire una parola di più se non “Chebarbachenoiachebarba”.

    Commento di Tintaglia | 19 ottobre 2012

  2. Il romance è la tomba del fantasy…

    Commento di bruno | 19 ottobre 2012

  3. True story, Bruno

    Commento di tanabrus | 19 ottobre 2012

  4. E del distopico, della fantascienza, del [genere a piacere]

    Commento di librisognanti | 21 ottobre 2012

  5. […] moltissimo: pare che la faciloneria, superficialità e trascuratezza che abbiamo rilevato io e Tanabrus siano passate completamente inosservate alla maggioranza dei lettori. Lo dico per dovere di cronaca, […]

    Pingback di Grave mercy « La città dei libri sognanti | 25 novembre 2012


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