La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Mockinjay


Autore: Suzanne Collins
Editore: Scholastic Press (Kindle edition)
Prezzo:  € 7,77
Pagine:  390

Trama

La giovane Katniss Everdeen è sopravvissuta ai temuti Hunger Games non una sola volta bensì due, ma anche adesso non può trovare pace. Infatti, i pericoli sembrano aumentare vertiginosamente: il Presidente Snow ha dichiarato una guerra totale contro Katniss, la sua famiglia, i suoi amici e tutta la popolazione oppressa del Distretto 12. L’emozionante capitolo finale della trilogia degli Hunger Games di Suzanne Collinsall vi terrà con il fiato sospeso.

Commento

Senza dubbio è un libro che colpisce. Come Hunger Games, il primo della trilogia.
Catching fire, per quanto interessante, mancava di quel qualcosa che mi aveva fatto innamorare della serie. Un qualcosa che è tornato con prepotenza nel capitolo finale.

Katniss è stata prelevata dall’Arena, Peeta è stato catturato da Snow, il distretto 12 è stato incenerito come il 13 settantacinque anni prima. La ribellione è splosa in tutti i distretti, incendiata dalle vicende che nell’ultimo anno hanno visto la ragazza protagonista, sotto la guida del redivivo distretto 13.
Ma chi sono gli alleati di cui ci si può fidare, e chi invece è una serpe pronta ad attaccare al primo errore?
Quali sono i veri obbiettivi delle parti in gioco, in questa rivolta?
Cosa vuole la stessa Katniss?

Tante domande che rimbalzano nella testa di una ragazzina testarda di diciassette anni diventata suo malgrado il simbolo della rivolta.
Una pedina essenziale per focalizzare la rabbia degli oppressi contro Capital, ma anche ingombrante.
Troppo indipendente, troppo emotiva, troppo impulsiva e selvaggia. Incontrollabile, come hanno imparato a loro spese tutti coloro che vi hanno avuto a che fare.

E in una guerra combattuta anche in televisione, tra conferenze e spot sovversivi, il suo ruolo sembra sempre più quello di un’attrice che finga di combattere. Un lento declino del mockinjay che ha ispirato la rivolta, una suo sfumarsi nella parti del soldato scomparendo dalle scene.
Ma lei non può accettare di rimanersene in disparte.
Non dopo quanto Snow le ha fatto, non dopo l’obliterazione del distretto 12.
Non dopo le torture a Peeta, trasformato grazie alla loro tecnologia in un Peeta allucinato, incapace di distinguere la verità dalla menzogna. Un Peeta che per Katniss prova solo odio.
La distruzione di uno dei pochi elementi fissi della trilogia, la solidità e la stabilità di Peeta, il suo amore incondizionato verso Kat.

Quello che rimane invece è il dualismo con Gale, in una lenta e dolorosa evoluzione di questa sorta di triangolo amoroso che termina nell’unico modo possibile.

 

Due sole cose mi hanno dato fastidio, nel libro.
La prima è che con tutta l’intelligence e la preparazione, i ribelli (dotati di mappe e di holo) non considerano di mandare qualche squadra nelle fogne (dotate di meno trappole). Fogne tramite le quali invece Kat arriva dritta nel cuore della città ancora difesa dal presidente Snow. E ci terrei a precisare come la maggior parte delle perdite siano state dovute proprio a lei, alla presenza dell’icona della ribellione, cacciata da un nugolo di segugi geneticamente modificati e sintonizzati sul suo odore.
La seconda invece è più una questione personale.
Distretto 8. Il bombardamento.
Katniss e Gale salgono su un tetto assieme ai soldati ribelli e attaccano con arco e freccie gli hovecraft nemici, abbattendone diversi.
Freccie esplosive, archi militari creati appositamente per loro. Hovecraft che, la Collins precisa prima dell’azione, viaggiano a un centinaio di metri di altezza.
Fattibile.
Però la cosa mi pare troppo simbolica, troppo filmica per essere realistica. Lasciamo stare che nella seconda guerra mondiale i bombardieri a bassa quota usavano proiettili che si aprivano a 1500 metri di altezza. Se questa è l’altezza massima raggiungibile dagli hovecraft, pace. Ma mi sembra tutto troppo un insieme di coincidenze per essere così. Arco contro aerei? Mi sa tanto di Conan, ma lì la situazione era completamente diversa, e la straordinarietà del personaggio faceva parte della storia stessa.
L’impressione che ne ho avuto è stata che l’immagine sia piaciuta alla Collins, che quindi ha puntulizzato l’altezza degli aerei per rendere possibile che i due arcieri li abbattessero (quando i soldati, invece, non ce la facevano).
Una cavolata, ma mi ha disturbato abbastanza. Mi è sembrato un inutile sfoggio di power-playing in un contesto altrimenti oltremodo realistico.

 

E infatti, dopo aver accennato ai due punti che mi hanno fatto storcere il naso, passiamo al perché ho amato questo libro.

Katniss è sopravvissuta agli Hunger Games. Due volte.
Ora c’è la ribellione.
Capital ha già messo in mostra il peggio di sé: Hunger Games, creature modificate geneticamente, orrori di ogni genere, esecuzioni, stermini.

L’alternativa al male, è il bene.
Deve esserlo, giusto?
Il rigore militare che vige nel distretto 13 appare estraneo a Kat, ma alla fine è il motivo per il quale sono sopravvissuti. E poco a poco scopre che anche loro, infatti, sono persone come tutti gli altri. Amano, simpatizzano per lei, si eccitano per una festa.

Ma poi Katniss scopre la realtà della guerra.
Vede in faccia le vittime degli scontri, i feriti, i moribondi. Vede la speranza che ripongono in lei -in lei!-.
Vede gli aerei bombardare l’ospedale dove giacevano i feriti.
Trova i tre preparatori di Cinna tenuti in uno stato di prigionia nel distretto 13, picchiati, terrorizzati perfino da lei.
Vede il suo migliore amico progettare armi e trappole per far fuori gruppi di persone, come se stesse parlando di disporre trappole per la selvaggina nei boschi.
Lo vede, accecato dall’odio, tentare di trasformare una base militare scavata in una montagna in una tomba priva di aria e di vie di uscita.

E quando arriva dentro Capital, lo fa assieme ai due ragazzi della sua vita, ma anche assieme a tre persone di Capital che assieme a lei rischiano tutto per la ribellione. Per far cadere la loro nazione, per tradire la loro popolazione.
E si trova in mezzo ai rifugiati, gente fuggita di casa con quello che ha potuto portare via di corsa. Impaurita. Indifesa. Bersaglio mobile negli scontri tra i soldati ribelli e quelli di Capital.

Per non parlare del colpo di scena finale, con i bambini usati come scudi umani, infreddoliti e terrorizzati. Con l’hovecraft, i paracaduti, il cibo, i medici.
Un pugno nello stomaco. Penso che la cosa mi abbia colpito come solo le storie di Kitoh erano state capaci di fare.
E’ una cosa che succede raramente, adoro chi riesce a colpirmi in questo modo.

La guerra viene mostrata in tutta la sua crudezza.
In guerra non ci sono buoni e non ci sono cattivi. Gli ideali sono solo slogan usati per incitare le folle, i piani alti hanno sempre i loro piani, fanno i loro calcoli, perseguono i loro obbiettivi personali. Tutti gli altri sono solo pedine. Il tuo eroe può trasformarsi in un istante in un peso ingombrante, o in un nemico da infangare e distruggere.
La guerra è dolore. E’ insensatezza. E’ crudeltà.

Gale la abbraccia. Decide di giocare secondo le regole dettate da chi ha colpito per primo.
Scelta biasimevole, dal punto di vista di Katniss. Enormemente biasimevole.
Ma scelta corretta nell’ambito della guerra totale in corso, dove non c’è spazio per sentimentalismi.
Fin dove è lecito spingersi? Il mostrarsi migliore del proprio nemico ha senso, quando entrambe le parti stanno giocando un all-in sulla vittoria, schierando tutto lo schierabile (tranne le armi nucleari che impediscono l’obliterazione dell’avversario, in una riproposizione della guerra fredda)?

E poi Peeta.
Torturato fisicamente e psicologicamente, indotto a desiderare la morte di Katniss, la ragazza per la quale ha affrontato due Hunger Games pronto a morire pur di vederla in salvo. La ragazza che ha sempre amato più di ogni altra cosa, cieco e stupido.
La ragazza che infine vede con occhi nuovi, grazie anche alle torture e allo sforzo di ritrovare un contatto con la realtà.
Reale o non reale?
Finalmente Peeta vedrà realmente Katniss. Katniss si troverà di fronte alla necessità di scegliere tra Gale e Peeta, una scelta che ritarderà fino a quando, alla fine, non avrà acquisito una sorta di nuova maturità.

 

Un gran bel libro, una gran bella trilogia.
Sono contento di averla letta.

 

Voto: 9/10

21 novembre 2011 - Posted by | Collins Suzanne

2 commenti »

  1. Ora posso dire di essere d’accordo con te. Ci sono altre questioni che mi hanno infastidito rispetto agli Hovercraft ma poca cosa, di certo la saga merita di essere letta! Buon week end e ricordati che io aspetto notizie belle o brutte che siano ;))

    Commento di daisydery | 12 Mag 2012

  2. Nei prossimi giorni ti mando una mail 🙂

    Commento di tanabrus | 13 Mag 2012


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