La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit – I.N.R.I.


Questo vecchio libro di Moorcock, riproposto qualche mese fa tra gli Urania, dovrebbe parlare di un viaggio nel tempo, indietro fino al tempo di Gesù.
E infatti nei primissimi capitoli, inframezzati a ricordi della vita di  Karl, ci troveremo in mezzo alla gente di Giovanni Battista, che Moorcock ci dipinge come un esseno. E loro si prenderanno cura di questa persona comparsa in una sfera volante, annunciata da lampi e tuoni, mentre Karl si rimette in forze e cerca di capire come adempiere alla sua missione: trovare il Cristo.
Ma perché lo sta cercando?
E come è arrivato fino a qui?

Per ora il libro è interessante.

La macchina del tempo è una sfera piena di fluido lattiginoso, nel quale fluttua l’occupante, chiuso in una tuta di gomma, che respira attraverso una maschera collegata a un tubo sporgente dalla parte dell’involucro.
Atterrando, la sfera si inclina e il fluido defluisce, andando a inzuppare la polvere. Il batiscafo prende a rollare sulla superficie brulla del suolo e sulle roccie.
Oh Gesù! Oh Dio!
Oh Gesù! Oh Dio!
Oh Gesù! Oh Dio!
Oh Gesù! Oh Dio!

Cristo! Che cosa mi sta succedendo?
Questo stramaledetto arnese non funziona.
Oh Gesù! Oh Dio! Quando la smetterà di rotolare, questo bastardo?
Karl Glogauer si accartoccia come una palla, man mano che il livello del liquido cala e si appiattisce contro la plastica cedevole del rivestimento interno dell’apparecchio.
Gli strumenti, crittografici, assolutamente diversi da ogni schema ordinario, non emettono un suono, del tutto immobili. La sfera si ferma, cambia posizione, rotola di nuovo, mentre ciò che rimane del fluido finisce di sgocciolare attraverso il largo squarcio nel fianco.
Perché l’ho fatto? Perché l’ho fatto? Perché l’ho fatto? Perché l’ho fatto? Perché l’ho fatto? Perché l’ho fatto? Gli occhi di Glogauer si aprono e si richiudono subito, la bocca si storce in una specie di sbadiglio, la lingua freme e ne esce un gemito che diventa un ululato.
Karl lo percepisce; lo ode come se non fosse suo, e pensa senza connettere: La Voce della Lingua, il linguaggio dell’inconscio… Ma non può udire quello che sta dicendo.
L’aria continua a sibilare, e il rivestimento in plastica comincia ad afflosciarsi, fino a che Glogauer si viene a trovare con le spalle contro il metallo della parete. Smette di urlare e fissa lo squarcio frastagliato che si è prodotto nella sfera; nessuna curiosità di sapere che cosa ci sia di là. Tenta di muoversi, ma è tutto intorpidito. Rabbrividisce al soffio gelido dell’aria che entra attraverso la parete incrinata dellamacchina del tempo. A quanto pare è notte.
Il passaggio attraverso il tempo è stato difficile. Anche il denso fluido non lo ha protetto del tutto, quantunque, senza dubbio, gli abbia salvato la vita. Probabilmente ci sarà qualche costola rotta.
A quel pensiero insorge il dolore, però scopre che, tutto sommato, è in grado di stendere braccia e gambe.
Comincia a strisciare sulla superficie viscida, verso lo squarcio. Boccheggia, si ferma, riprende a trascinarsi.
Sviene, e quando si riprende l’aria è più calda. Attraverso lo squarcio può intravedere l’abbagliamte luce del sole, un cielo di acciaio riverberante. Si infila per metà oltre la fenditura, chiudendo gli occhi non appena la luce lo investe in tutta la sua violenza. Perde coscienza un’altra volta. 

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30 settembre 2011 - Posted by | Incipit, Moorcock Michael

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