La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Lei, l’arma finale


Chise è carina, però è lenta.E’ piccoletta, debole di carattere e per di più è una sbadatella.
I suoi voti vanno dalla sufficienza in giù.
Solo in storia mondiale sono parecchio alti, però che nella vita questo non porti alcun vantaggio lo sa bene anche lei stessa.
La sua frase tipica: Scusami tanto.
Il suo motto: Voglio diventare forte.
Penso sia la tipa più maldestra dell’universo.

La mia ragazza. Chise.

 

 

Giappone, in un tempo non precisato tra l’oggi e il futuro.

Shuuji e Chise sono due comunissimi diciassettenni.
Lui è alto, parla poco, passa il tempo con tre amici, è un bravo ragazzo e ha un’aria sempre disinteressata.
Lei è piccoletta, un po’ imbranata, lenta, carina, timida. Molto timida. Passa il tempo a dire che le dispiace, e che vuole diventare più forte.
Akemi è l’amica d’infanzia dei due, sportiva ed esuberante, un maschiaccio che ha spinto Chise a dichiararsi a Shuuji per vincere la sua timidezza.
Il ragazzo però ha preso in contropiede le due ragazze accettando la proposta di Chise, e i due ora stanno insieme.

Senza sapere se si amano davvero, senza comprendere i loro sentimenti, senza sapere come comportarsi.

 

Detto così, sembrerebbe un anime classico con ragazzini giapponesi alle prese con l’amore.
Ma mi è stato consigliato in risposta al mio consiglio a un’amica di vedere Makoda. Quindi non può essere tutto qui, giusto?

Giusto.

Nel primo episodio, durante un bombardamento aereo su Sapporo -nel quale muore subito uno degli amici di Shuuji, peraltro- Shuuji vede uno strano punto luminosa viola sfrecciare nel cielo e abbattere i caccia nemici. E poi cadere al suolo.
Corre a cercarlo incurante del pericolo, mosso dalla curiosità, e cosa trova? Chise con gli abiti laceri, un fucile enorme in una mano, delle pseudo-ali metalliche che le spuntano dalla schiena.

Il primo episodio anni fa mi era parso abbastanza assurdo da farmi interrompere la visione dell’anime.
Ora, con un diverso bagaglio (Evangelion, Narutaru, Bokurano, Madoka), ho potuto apprezzarlo pienamente e continuarne la visione compulsiva , vedendomi tutti gli episodi questa domenica.

Poco a poco scopriamo che il Giappone è in guerra, che il nemico è preponderante e che l’unica speranza dell’esercito nipponico risiede in Chise. Probabilmente il tutto ha a che fare con il lungo ricovero cui era stata sottoposta la ragazza anni prima, del resto la città in cui si svolge la storia è una città militare.

Ma l’originalità dell’anime -almeno per quanto mi riguarda- sta nel fatto che non ci viene spiegato niente di tutto questo.
Le motivazioni della guerra le sanno solo i militari, probabilmente i graduati di livello più alto.
L’identità dei nemici non la scopriamo mai, sappiamo solo che sono stranieri. Occidentali, probabilmente.
Lo stato del resto del mondo lo veniamo a sapere per vie indirette, proseguendo nella visione.
Cosa è accaduto a Chise? Cosa è diventata? E’ qualcosa che aveva dentro di sé? E’ nanotecnologia? Un misto? Ha una coscienza propria, l’arma, o risveglia una seconda personalità? Come funziona precisamente? Tutte domande che non solo non trovano risposta, ma praticamente non vengono mai poste.

Perché l’anime butta i protagonisti in questa situazione, ma poi ci fa seguire la vicenda dal loro punto di vista.

E il loro punto di vista di certe cose se ne frega.
Shuuji chiede qualche spiegazione a Chise, inizialmente, ma lei ammette che le risposte che le sono state date mica le ha capite… è un po’ dura, lei, e tutti quei paroloni le erano sconosciuti. E Shuuji smette di chiedere.
Un po’ perché è comprensibilmente spaventato, un po’ perché l’unica cosa che può fare in quella situazione è supportare la ragazza.
Che sembra essersi lanciata nella storia d’amore con lui proprio per cercare un appiglio, un’ancora di emozioni umane che la tenga legata alla sua umanità. Un modo per dimostrare a sé stessa di essere ancora umana, di non essere un’arma.

Di non essere solo un’arma.

Perché quando il nemico si avvicina, o quando la chiama l’esercito, lei avverte il bisogno di trasformarsi. Di diventare l’arma finale.
Di volare in prima linea, generare armi e missili, spiegare ali sempre più grandi e potenti. Distruggere i nemici.
E malgrado lei cerchi di difendere la sua gente, di controllare i propri poteri… invariabilmente perde il controllo. E il risultato è sempre uguale: intere città polverizzate, con la popolazione, i soldati alleati, i soldati nemici.
Soldati che, apprendiamo, vedono quel loro minuscolo superiore con terrore, come fosse uno shinigami.
Qualcuno le era vicino, provava pena per lei.
Ma la vita dei soldati è breve, quella di chi lavora con lei ancora più breve del solito.

E a noi non resta che seguire l’evoluzione del rapporto tra i due ragazzi, che inizialmente non ha un bel niente dell’amore.
O forse è l’unico amore che esista veramente, chissà… lei che cerca un’ancora emozionale, lui che non ci aveva mai pensato ma accetta perché lei è carina. Il loro imbarazzo, il loro non sapere cosa fare.
Il tentativo di amarsi, la difficoltà di farlo. La loro storia che muore e rinasce più volte, con in mezzo la vita personale di Shuuji e le vite degli altri ragazzi della città, sempre più immersi nella guerra e nella consapevolezza della fine imminente.

Che futuro può esserci per i due ragazzi?
Potrà essere tenuta a bada l’arma finale?
La guerra finirà mai?
Può sopravvivere a tutti questi orrori, l’amore?

Un bell’anime.
Con alcuni episodi che sono davvero delle mazzate, sopratutto nella seconda metà dell’anime (come accadeva in Madoka, del resto).
Mi è piaciuto, e parecchio.

 

p.s. Azusa, dopo aver visto questo non puoi lamentarti di Narutaru e Bokurano! E non puoi aver paura di guardare Madoka!

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6 luglio 2011 - Posted by | Lei, l'arma finale

3 commenti »

  1. L’anime è edulcorato.
    Dovevi leggere il manga.
    Tzè.

    Commento di Azusa | 7 luglio 2011

  2. Vedrò di recuperare.
    Ma a maggior ragione non ti puoi lamentare 😛

    Commento di tanabrus | 7 luglio 2011


  3. ho impiegato anni a riprendermi da Lei l’arma finale.
    Tu vuoi distruggere il duro lavoro del mio psicoterapeuta. T.T

    Commento di Azusa | 8 luglio 2011


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