La torre di Tanabrus

Did you miss me?

La rivincita di Yanez


Autore: Emilio Salgari
Editore: Newton Compton Editori
Prezzo: € 19,90
Pagine: 2208
Pagine di questo libro: 190

Fine della trilogia, fine del secondo ciclo, fine della saga di Sandokan.
Ed è un bene, perché a questo punto pare evidente che né il personaggio di Sandokan né quello di Yanez, né quello di Tremal-Naik se è per questo, hanno più niente da dire.

Questo libro comincia in maniera promettente, mostrandoci la marcia di Sandokan tra le fragili fila nemiche fino ad arrivare da Yanez.
Rimangono i dubbi sul perché sia partito con soli cento tigrotti, e i dubbi si fanno più assillanti quando invece di caricare Yanez e chi era con lui per partire subito verso i monti, entra nelle cloache con tigrotti, cavalli ed elefanti. Tutti a mettersi in trappola, assediati da un gran numero di paria, rajaputi e bramini.

Tralasciando questa assurdità e il fatto che dal nulla sia spuntato un nuovo scienziato desideroso di mostrarsi grosso davanti alle due tigri ignoranti e zoticone che lo deridono per praticamente tutto il libro (e quando poi invece vedranno la sua bravura nemmeno lo ringrazieranno), il titolo del libro è comunque fuorviante.

Yanez non fa praticamente nulla in questo libro, così come Sandokan che una volta raggiunto l’amico si limita a resistere a un paio di assedi.
Il protagonista del libro è nuovamente Kammamuri, che questa volta viaggia assieme all’unico rajaputo rimasto fedele a Yanez e Surama. Questa volta la sua destinazione è più vicina, si tratta delle montagne della gente di Surama: dovrà trovare i montanari e farli scendere in soccorso dei suoi padroni.
Un viaggio difficile, inseguito e assediato dalle truppe del rajah. Un viaggio durante il quale, all’improvviso, al gruppo -prigioniero degli avversari, in quel momento- si unisce il cacciatore di topi. E la cosa bella è che nella pagina precedente non c’era, e lo stesso Salgari ammette che il lettore non può sapere come sia finito lì anche lui, ma che non lo racconterà per evitare una lunga storia simile a quella vissuta da Kammamuri.

Ricorda moltissimo una scena del Signore dei ratti di Leo Ortolani, in cui i personaggi sulle mura raccontano per qualche vignetta la battaglia in corso al Fosso di Helm. Per poi commentare “certo che è imbarazzante, quando Ortolani non ha voglia di disegnare…“. La stessa cosa, temo, si potrebbe dire in questo caso per Salgari.
Tanto più che il personaggio non avrà alcun ruolo fondamentale nelle vicende successive, quindi si tratta di un’aggiunta gratuita e inutile.

Come inutile alla fine si rivela il pericoloso viaggio di Kammamuri, dato che alla fine lui e i suoi compagni si ritrovano assediati, praticamente sconfitti, e vengono salvati dai montanari che, radunati da Surama, stanno scendendo in forze. Almeno loro, finalmente, muovono quindicimila soldati.
Così si combatte!
Non con una decina di indiani e cento tra malesi e dayachi.

Esito scontato, visto che l’esercito del rajah si fonda su moltissimi pezzenti armati di fucile e sui mille rajaputi traditori. Viene da chiedersi come l’Assam non sia stato invaso da eserciti temibili quali l’equipaggio di una zattera o un manipolo di bambini scatenati. Mille soldati… e il resto dell’esercito? C’erano più soldati tra i monti che in tutto l’impero!

Evitiamo poi di parlare delle decisioni assurde che prendono Kammamuri e compagni durante la fuga, con cambi di idee improvvisi. O di come i soldati del rajah, non trovando i prigionieri legati a un grosso albero, non pensano “saranno scappati” o “saranno stati portati via dalle fiere” ma “ricordo di aver sentito parlare di grossi alberi scavati al loro interno e usati come rifugi… sarà così anche questo?”

Sagra dell’assurdo e dell’inutile.

Voto: 3/10

L’autore

Nato a Salzano nel 1862, il suo sogno era di diventare Capitano di Marina e navigare in località esotiche e lontane.
Invece non sfondò mai in ambito marinaresco, e la sua esperienza nautica si limitò a tre mesi di servizio a bordo della nave Italia Una, nell’Adriatico.
Ugualmente, si fregiò del titolo di Capitano e si spacciò per un provetto navigante quando cominciò a scrivere i suoi libri, le informazioni per i quali reperì invece esclusivamente in biblioteca.

A vent’anni scrisse il primo racconto, pubblicato su un settimanale milanese in quattro puntate, I selvaggi della Paupasia.
L’anno dopo cominciò a pubblicare a puntate sul giornale veronese La nuova Arena il suo primo romanzo, La tigre della Malesia.
Venne addirittura insignito da Umberto I del titolo di Cavaliere della Corona d’Italia, nel 1897, con più di trenta opere all’attivo.

Nel 1911 la moglie Ida Peruzzi, attrice di teatro sposata 19 anni prima, viene rinchiusa in manicomio dopo otto anni di costose cure mediche. Nello stesso anno, lo scrittore si suicida, lasciando una lettera di accuse contro gli editori colpevoli di essersi arricchiti a sue spese tenendolo in condizioni di miseria.

A tutt’oggi non si sa di preciso quante opere abbia firmato l’autore veronese, tra opere scritte sotto pseudonimi fantasiosi per aggirare i contratti di esclusiva e opere postume pubblicate a suo nome per sfruttarne la popolarità, dovremmo comunque essere sopra le cento, intorno alle duecento contando anche i racconti.

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25 aprile 2011 - Posted by | Salgari Emilio

1 commento »

  1. Salgari assomiglia a Poirot…

    Commento di Anonimo | 25 aprile 2011


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