La torre di Tanabrus

Did you miss me?

La caduta di un impero


Autore: Emilio Salgari
Editore: Newton Compton Editori
Prezzo: € 19,90
Pagine: 2208
Pagine di questo libro: 128

Altro mini-libro, praticamente della stessa lunghezza del precedente.
Questa trilogia finale di Sandokan mostra tutta la ridicolezza di certe operazioni di marketing, con storie divise in più volumi senza motivo e libri pubblicati monchi e piccolissimi.

Il libro segue per quasi tutta la sua lunghezza (anzi, brevità) le vicende di Kammamuri e Timul, che comunque rimane sullo sfondo per dare spazio solamente al maharatto.
Li avevamo lasciati con la missione di arrivare a Calcutta per mandare un messaggio di aiuto a Sandokan, li ritroviamo sul treno diretto a quella città. Seguiti però dalle spie del deposto rajah, che tenteranno per tutto il tragitto di ucciderli.
Ecco, il primo tentativo che fanno, con il bramino sul treno, mi sembra di un’idiozia assurda. A quel punto fate salire più gente, staccate il vagone di Kammamuri e assaltatelo. Oppure muovetegli l’attacco in massa, fuggendo poi prima che arrivino gli inglesi.
Non so, mandare al deraglio il treno e incendiare la jungla, confidando che questo uccida l’avversario, mi sembra quantomeno supponente.
E poi questi bramini che tradiscono, attentano e poi fingono indifferenza anche di fronte alle prove e ai testimoni, anche senza estranei che possano prendere le loro difese in buona fede, mi sembrano parecchio fuori di testa.
Comunque in un modo  o nell’altro la missione riesce, e i due tornano in tempo alla capitale dell’Assam, ormai minacciata dalle truppe del rajah e prossima a essere messa sotto assedio.
E qui arriva l’altro colpo di genio, questa volta di Yanez: manda Kammamuri di nuovo a Calcutta (perché proprio lui, sopratutto sapendo che si è fatto nemici inglesi subito oltre il confine? Perché non il suo padrone, sconosciuto alla polizia?) ad attendere Sandokan. Manda i montanari, Surama e Soarez sulle montagne, dalla gente di lei. E poi con Tremal-Naik, col cacciatore di topi e con una dozzina di montanari si nasconde nuovamente nelle fogne, mentre sopra le loro teste la città brucia.
E perché ciò?
Per aspettare Sandokan e condurlo sulle montagne.
Ma a questo punto non bastava che glielo dicesse direttamente Kammamuri, e che si riunissero direttamente tutti sulle montagne senza far combattere le tigri (solo un centinaio dovrebbero arrivare, peraltro… si continua a fare economia di uomini anche ora che si hanno regni) fino alla città e poi fuori da essa?
Mah, ci sono cose che proprio non mi tornano a livello logico.
E sopratutto questo non è un libro, è la seconda parte di un libro.
Sarebbe anche buona come seconda parte, ma come libro a sé stante non ha senso. Nemmeno come seconda parte di una trilogia, troppo breve e con troppi pochi avvenimenti.

Voto: 5/10

L’autore

Nato a Salzano nel 1862, il suo sogno era di diventare Capitano di Marina e navigare in località esotiche e lontane.
Invece non sfondò mai in ambito marinaresco, e la sua esperienza nautica si limitò a tre mesi di servizio a bordo della nave Italia Una, nell’Adriatico.
Ugualmente, si fregiò del titolo di Capitano e si spacciò per un provetto navigante quando cominciò a scrivere i suoi libri, le informazioni per i quali reperì invece esclusivamente in biblioteca.

A vent’anni scrisse il primo racconto, pubblicato su un settimanale milanese in quattro puntate, I selvaggi della Paupasia.
L’anno dopo cominciò a pubblicare a puntate sul giornale veronese La nuova Arena il suo primo romanzo, La tigre della Malesia.
Venne addirittura insignito da Umberto I del titolo di Cavaliere della Corona d’Italia, nel 1897, con più di trenta opere all’attivo.

Nel 1911 la moglie Ida Peruzzi, attrice di teatro sposata 19 anni prima, viene rinchiusa in manicomio dopo otto anni di costose cure mediche. Nello stesso anno, lo scrittore si suicida, lasciando una lettera di accuse contro gli editori colpevoli di essersi arricchiti a sue spese tenendolo in condizioni di miseria.

A tutt’oggi non si sa di preciso quante opere abbia firmato l’autore veronese, tra opere scritte sotto pseudonimi fantasiosi per aggirare i contratti di esclusiva e opere postume pubblicate a suo nome per sfruttarne la popolarità, dovremmo comunque essere sopra le cento, intorno alle duecento contando anche i racconti.

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15 aprile 2011 - Posted by | Salgari Emilio

1 commento »

  1. Tutte queste debolezze nella storia non le vedevo neanche quando lessi da ragazzini i libri di Salgari. Comunque questo non era uno dei migliori, me lo ricordo ancora adesso.

    Commento di bruno | 16 aprile 2011


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