La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Sandokan alla riscossa


Autore: Emilio Salgari
Editore: Newton Compton Editori
Prezzo: € 19,90
Pagine: 2208
Pagine di questo libro: 228

Fine del primo ciclo di Sandokan -o, secondo altre classificazioni, fine del secondo ciclo della jungla.
Come preannunciato in Alla conquista di un impero Sandokan e i tigrotti, aiutati dal rajah Yanez e dai suoi soldati assamesi (oltre che da Tremal-Naik e Kammamuri) vanno a tentare di riconquistare il trono della Tigre della Malesia, sul lago Kini Balù.

Un trono, quello originariamente in mano alla famiglia di Sandokan, al quale l’uomo non era mai parso interessato in passato. Certo, la sua nobiltà era stata citata più volte, sopratutto agli inizi, per fornirgli un adeguato background. Ma non era mai stato un motore particolare, l’unica utilità del massacro della sua famiglia era stata nella nascita in lui dell’odio verso gli inglesi, l’odio che lo avrebbe reso l’implacabile -e inizialmente psicopatica- Tigre della Malesia.

Poi, mentre lottava nell’Assam per restituire il trono a Surama, ha deciso che era ora di regolare i conti col passato… vabbé, ci sta. Ormai cinquantenne, con un manipolo di tigrotti fedelissimi e abili guerrieri che ormai però non fanno più i pirati, senza fissa dimora essendo esiliato dal proprio paese e anche da Mompracem, un pensierino al tornare a casa mi pare legittimo, tanto più che il tuo fratellino bianco è appena diventato il rajah consorte dell’Assam.

Però parti per spodestare il rajah bianco con solo una quarantina di tigrotti, tra malesi e dayachi?
E il tuo amico Yanez, che ora è un rajah, viene ad aiutarti con anche lui giusto una quarantina di montanari assamesi quando ne avrebbe facilmente potuti portare qualche centinaio, magari dei mercenari assunti anche nel colpo di stato?
Alla fine, più per fortuna che per altro, arriva a muovere l’attacco finale con quasi cinquecento persone ai suoi comandi. Comunque mi sembra una cavolata enorme andare alla conquista con un numero di effettivi così esiguo.

Come del resto mi sembra assurda la tattica utilizzata da Teotokris in questa guerra: prima si comporta ottimamente mandandogli contro i dayachi, numerosissimi e quasi inarrestabili.
Poi, dopo la caverna dei pitoni, sembra perdere il lume della ragione: si fa fregare come un idiota durante l’assedio, facendosi sfuggire di sotto il naso centocinquanta persone tra cui donne e bambini; riesce a non raggiungerli prima che si barrichino sul monte; si limita a nascondere punte di frecce avvelenate sotto il livello dell’acqua per rallentarli, invece di escogitare qualche altro agguato o di tentare di annegarli direttamente.
E sopratutto ritira le truppe chissà dove, lasciando sguarnita la fortezza dove sono ormeggiate le barche della flotta del rajah, consentendo così al nemico di dominare il lago e di godere di libertà di movimento e di azione. Questa è una vaccata clamorosa, quasi come il rajah che rimane tranquillo nella casa sul lago invece di barricarsi altrove quando ormai da tre giorni gli invasori veleggiavano nel lago.

Questi sono buchi logici clamorosi, visto sopratutto che il greco era un avversario mentalmente alla pari con Yanez, quindi non doveva poter commettere tali idiozie.

Comunque, una volta tanto il libro è stato davvero centrato su Sandokan.
E infatti è risultato marziale, combattivo. Comincia già con dei combattimenti furiosi, finisce con combattimenti furiosi e nel mezzo abbiamo altri combattimenti furiosi, intervallati da lunghe camminate nelle foreste.
Un po’ monotono, senza le mascherate del portoghese (per fortuna però le sue battute vivacizzano i dialoghi, con l’ottima spalla del maharatto).

In compenso, come già avvenuto con gli ultimi libri, si gettano i semi per il prossimo libro: Yanez e Sandokan da tempo sospirano pensando all’amata isola di Mompracem, e da uomini di azione quali sono male si adattano alla vita da ricchi rajah.

Voto: 5/10

 

L’autore

Nato a Salzano nel 1862, il suo sogno era di diventare Capitano di Marina e navigare in località esotiche e lontane.
Invece non sfondò mai in ambito marinaresco, e la sua esperienza nautica si limitò a tre mesi di servizio a bordo della nave Italia Una, nell’Adriatico.
Ugualmente, si fregiò del titolo di Capitano e si spacciò per un provetto navigante quando cominciò a scrivere i suoi libri, le informazioni per i quali reperì invece esclusivamente in biblioteca.

A vent’anni scrisse il primo racconto, pubblicato su un settimanale milanese in quattro puntate, I selvaggi della Paupasia.
L’anno dopo cominciò a pubblicare a puntate sul giornale veronese La nuova Arena il suo primo romanzo, La tigre della Malesia.
Venne addirittura insignito da Umberto I del titolo di Cavaliere della Corona d’Italia, nel 1897, con più di trenta opere all’attivo.

Nel 1911 la moglie Ida Peruzzi, attrice di teatro sposata 19 anni prima, viene rinchiusa in manicomio dopo otto anni di costose cure mediche. Nello stesso anno, lo scrittore si suicida, lasciando una lettera di accuse contro gli editori colpevoli di essersi arricchiti a sue spese tenendolo in condizioni di miseria.

A tutt’oggi non si sa di preciso quante opere abbia firmato l’autore veronese, tra opere scritte sotto pseudonimi fantasiosi per aggirare i contratti di esclusiva e opere postume pubblicate a suo nome per sfruttarne la popolarità, dovremmo comunque essere sopra le cento, intorno alle duecento contando anche i racconti.

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24 marzo 2011 - Posted by | Salgari Emilio

2 commenti »

  1. Interessante recensione, come sempre del resto! Hai ricevuto un premio che puoi ritirare nel mio blog, se ti va 😉

    Commento di daisydery | 24 marzo 2011

  2. Grazie Daisy!

    Commento di tanabrus | 25 marzo 2011


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