La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Incipit – Sanctuary: Angeli e uomini


Il racconto di Giannone non mi ha convinto granché, purtroppo.
Ci ho ritrovato il difetto dei primi racconti: poco fantasy, poco urban-fantasy. Storie reali che prendono giusto vagamente spunto dall’ambientazione… certo, c’è la divinità, c’è il rito magico. Ma è qualcosa che sembra preso più dai giorni nostri che da Sanctuary.

L’incipit del racconto di Cecilia Randall (Hyperversum, Gens Arcana) è molto descrittivo e non lascia capire di cosa parlerà l’autrice. C’è una ragazza, impaurita dagli ambulatori e dai dottori. E c’è un dottore.
Il motivo dell’odio? Può essere che lei sia strana, anormale? Si vedrà proseguendo con la lettura…

Aveva sempre odiato i medici, anche da bambina, e gli ambulatori le trasmettevano un cupo senso di disagio. Crescendo, aveva imparato a ignorare quei sentimenti, ma con quell’ambulatorio non c’era proprio nulla da fare: il disagio diventava qualcosa di molto più profondo e rabbioso e Lily doveva triplicare gli sforzi per soffocarlo.
La ragazza gettò indietro dal viso i lunghi riccioli nei, si strinse nella giacca di pelle e rimase a guardare l’edificio da lontano, da un vicolo popolato solo da bidoni della spazzatura.
Davanti a lei, l’anonimo edificio di trepiani era poco più di un cubo di cemento sporco, vecchio e bisognoso di manutenzione. Uno dei tanti che popolavano i bassifondi, con il piano terra occupato da botteghe di dubbia origine e i muri imbrattati di scritte e brandelli di manifesti pubblicitari. Tutto intorno, migliaia di edifici simili a quello formavano un panorama ininterrotto di varie tonalità di grigio fino ai quartieri residenziali, inframezzato soltanto dalle linee verticali dei lampioni, delle antenne per le comunicazioni e dai tralicci dell’energia elettrica.
Lily manteneva la sua attenzione sull’edificio davanti a sé, là dove sapeva esserci l’ambulatorio del dottore, al secondo piano. C’era gente davanti al protone, in attesa che il medico venisse ad aprire la sala d’aspetto. In quel pomeriggio come tanti, freddo e spazzato dal vento, i pazienti facevano già la fila. Un’umanità varia e dimessa, tipica di quel quartiere che Lily conosceva così bene. Tra tutti, l’attenzione della ragazza si appuntò su una coppia di madre e figlio, gli ultimi della fila, almeno in quel momento. La giovane donna stava accomodando con premura la sciarpa al collo del suo bambino e gli diceva qualche parola amorevole, per mitigare il broncio del piccolo.

12 marzo 2011 - Posted by | Incipit, Randall Cecilia

3 commenti »

  1. Ciao Gabriele.
    Dal tuo commento a “Il ditirambo di Samarat”, così come da tutti gli altri rastrellati in Rete sul racconto e sui romanzi, trarrò (spero) insegnamento per i miei lavori futuri.
    Saluti
    Michele

    Commento di Michele Giannone | 14 marzo 2011

  2. In bocca al lupo per i libri futuri, Michele 🙂
    Come ho scritto, non era il racconto a non essere buono: come in diversi altri racconti della raccolta, a mio avviso non si coglieva appieno lo “spirito” urban fantasy. Non deve essere certo facile scrivere racconti fantasy ambientati in uno scenario attuale (e già è dura scrivere racconti), a quanto mi ricordo mi sembra che tu scriva di solito un fantasy più classico mentre per esempio Falconi o Dimitri sono abituati a questi scenari 😉

    Commento di tanabrus | 14 marzo 2011

  3. Sì, Gabriele, hai centrato il punto.
    Io sono sempre stato più a mio agio con una visione classica del fantasy e col romanzo, piuttosto che coi racconti.
    Tuttavia lo scopo dell’iniziativa di Luca era troppo lodevole perché non provassi almeno a cimentarmici.
    Mettiamola così: la partecipazione a “Sanctuary” mi è servita per confrontarmi col racconto, coi suoi vincoli (il numero massimo delle battute, l’essenzialità nella presentazione degli elementi fondanti della storia narrata) e, nel caso della raccolta di cui stiamo discutendo, col suo genere (l’urban fantasy).
    Comunque sia, è stata un’esperienza che – come autore – mi ha arricchito.
    Saluti

    Michele

    Commento di michele giannone | 15 marzo 2011


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