La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Cuore di tenebra


Autore: Joseph Conrad
Editore: Mondadori
Prezzo: € 8,50
Pagine: 270

Trama

Capolavoro della letteratura anglosassone, frutto di una straordinaria maturazione creativa, Cuore di tenebra affianca alla dimensione concreta di testimonianza autobiografica la denuncia sociale e una cupa medirazione metafisica. Attraverso la voce recitante di Marlow, Conrad ci conduce nel cuore dell’Africa nera: l’incontro con la terribile realtà dello sfruttamento del Congo Belga di Leopoldo II si dilata fino a trasformarsi in riflessione generale sull’esperienza del colonialismo nella sua totalità, destinata a scuotere le certezze di un ottimismo evoluzionistico ed eurocentrico, in un inquietante confronto con il diverso e il primitivo. “La narrazione di Marlow” scrive Robert Hampson nella sua introduzione all’opera “inizia col suggerire che l’esplorazione ha trasformato uno spazio vuoto in uno spazio di tenebra, e finisce col suggerire che l’esplorazione ha trasformato l’ignoto in indicibile. In realtà, si potrebbe osservare che, invece di portare la luce in mezzo alle tenebre come proclama, la missione “civilizzatrice” svela la “tenebra” che sta nel proprio cuore.”

Recensione

Non avevo mai sentito parlare di questo libro, fino a poco tempo fa. E ne ho sentito parlare in relazione al libro Delta Blues di Kai Zen, libro consigliato da G.L. e che è ispirato a questo libro.
Così, prima di leggermi Delta Blues mi sono voluto leggere l’originale.
Che a quanto pare è un classico della letteratura anglosassone, uno di quei libri che metà della gente adora e l’altra metà odia profondamente, quei libri che i professori costringono a leggere e magari a sviscerare generando negli studenti l’amore per la lettura o più probabilmente l’amore per i falò di libri.
Questo almeno è quanto ho capito cercando in rete i commenti dei lettori, prevalentemente inglesi o americani.

Il libro è stato scritto alla fine dell’800 e parla del colonialismo.
Nella fattispecie, la storia si svolge nel Congo belga, dove il protagonista trova lavoro come capitano di un battello, con il compito di percorrere il Nilo, tra le varie stazioni della Compagnia.

Il protagonista è Marlow, che all’inizio del libro si trova su una nave in compagnia di alcuni amici. Il Direttore, l’Amministratore, il narratore del libro. Gente di un certo livello, gente di certe idee. Idee patriottiche e imperialiste, come voleva la mentalità dell’epoca (e la mentalità dei lettori della rivista che avrebbe pubblicato il racconto).
E su quella nave, in attesa della marea, con l’oscurità che cala, Marlow comincia a raccontare una sua storia.

La storia di quando aveva lavorato in Congo, spinto da un desiderio inarrestabile di visitare quei luoghi che, da bambino, lo avevano impressionato enormemente per il loro essere degli spazi vuoti nelle mappe.
Spazi vuoti che l’esplorazione e la cupidigia degli occidentali avevano poi trasformato in spazi di tenebra.

E’ un libro di critica all’imperialismo, ma che  non potendo attaccare direttamente la mentalità all’epoca dominante tenta di aggirare l’ostacolo.
Così descrive l’anonima Compagnia presso cui trova lavoro, dove due donne sferruzzavano della lana nera. La giovane si interrompeva solo per far entrare all’interno gli aspiranti agenti, la vecchia si limitava a guardarli brevemente con uno sguardo carico di saggezza e derisione. Una visione che scuote parecchio Marlow, con quelle due donne che parevano quasi dei guardiani del Fato, delle Norne.
E all’interno della Compagnia c’è il Dottore, intento a studiare e analizzare chi intende partire per il Congo, come per capire quale sia la deformazione mentale che li spinge a cercare la morte in questa maniera, a rischiare la pazzia.

Le cose peggiorano arrivati in Africa, e poco a poco si scivola sempre più nell’assurdità, nell’assenza di valori, nell’assenza di vita.
Una situazione totalmente irreale, ben rappresentata da una delle prime scene che ci descrive Marlow: una nave francese, dove ogni giorno muoiono di malattia dei soldati, ancorata davanti alla costa e intenta a bombardare con i suoi cannoni la foresta. Dove, sembra, si nascondono dei ribelli. La futilità di quell’attacco, lo spreco delle vite dei soldati, l’assurdità di questi ribelli… tutto contribuisce a dare una sensazione di irrealtà.
E poi il primo contatto con le stazioni dell’Agenzia. Gli schiavi neri, e il loro sorvegliante nero -ma ammaestrato e orgoglioso-. L’apatia degli occidentali in quelle stazioni, il loro tasso di mortalità.
La carriera, che in quei posti non è legata al talento e nemmeno alle conoscienze, ma a quanto un riesce a resistere alle malattie.
Gli indigeni che si sono trascinati tra gli alberi a morire, l’indigeno bastonato per l’incendio e poi sparito nella foresta.
Il responsabile della costruzione dei mattoni, il direttore inetto ma coriaceo.

E sopra a tutti questi personaggi, queste situazioni irreali e incomprensibili, si erge la figura di Kurtz.
Il migliore agente, l’uomo che vive da solo nel cuore del Congo e che invia più avorio di tutti gli altri.
L’uomo destinato a grandi imprese, che farà successo nella Compagnia, che intende la sua missione come un’opera di civilizzazione.

L’uomo che ha ceduto, che si è arreso al cuore nero dell’Africa, alla maestosità della sua natura, ai misteri imperscrutabili. Al suo stesso cuore nero, al male che risiede in lui.
L’uomo che si è presentato agli indigeni come una creatura divina, che si è fatto adorare e che si è mescolato a loro, dominandoli ed essendone al contempo dominato.
Un uomo ormai impazzito.

E anche Marlow avverte questo pericolo, il fascino delle tenebre di quel continente, la solitudine immensa che spinge a indagare la propria anima, che spinge a dare corda ai peggiori impulsi.

Solo che il tutto è talmente metaforico e accennato che, francamente, ci si capisce ben poco.
Si capisce che c’è qualcosa di tenebroso e di oscuro, che il luogo ha fatto impazzire Kurtz, che ha devastato la mente di molte persone e ucciso fisicamente ancora più imperialisti… si capisce, ma non si comprende appieno ciò che accade.
Per certi versi le descrizioni degli stati d’animo, dell’oscurità, del timore che cade come una cappa sul cuore di Marlow, mi hanno ricordato i racconti di Lovecraft, con la soglia da non oltrepassare mai. La soglia tra il mondo in cui si vive e il mondo reale, spaventoso, terrificante, troppo alieno all’uomo per poter essere accettato. E chi oltrepassa la soglia, impazzisce. Chi sbircia e basta, sopravvive ma rimarrà segnato a vita, perseguitato da fantasmi e dal terrore.

Solo che tra Conrad e Lovecraft c’è un oceano di differenza nel mostrare ciò che non ha forma, nel descrivere l’indescrivibile.
Lovecraft ce lo fa assaggiare sulla pelle, Conrad pare più caotico.

Probabilmente a causa della scelta di rendere tutta la storia come un racconto orale di Marlow, che quindi di alcune cose non parla, di altre parla troppo, alcune frasi le ripete di continuo… resta però il fatto che a parte qualche scena molto evocativa e diverse frasi notevoli (ho finalmente capito da dove proviene il The horror… the horror…) non sono riuscito a entrare in sintonia con il libro, a viverlo.
E questo anche leggendone la versione inglese, la prefazione e la postfazione.

Alla fin fine, non mi è rimasto granché di questo libro.

Voto: 5/10

 

L’autore


Joseph Conrad è la versione anglicizzata (e scelta dall’autore per i suoi libri) del suo vero nome, Jozef Teodor Konrad Korzeniowski. Nato nel 1856 o nel 1857  a Berdicev (territorio allora passato dalla Polonia alla Russia, ora in Ucraina), figlio di un poeta patriottico.
Le sue letture giovanili gli fanno amare il mare, e alla morte del padre se ne va a Marsiglia per diventare un uomo di mare. Riuscirà a entrare nella Marina Inglese, fino a ottenere la patente di primo ufficiale, la cittadinanza britannica  e anche il comando di un brigantino. Quando la sua carriera nautica volge al termine, comincia la carriera di scrittore.

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6 gennaio 2011 - Posted by | Conrad Joseph

7 commenti »

  1. A me è piaciuto molto di più il film di Coppola 🙂

    Commento di Valberici | 6 gennaio 2011

  2. Io ovviamente il film non l’ho visto… non ho un grande rapporto con i film 😀

    Commento di tanabrus | 6 gennaio 2011

  3. MAle male: Apocalypse Now è un capolavoro:)

    Commento di Munky | 6 gennaio 2011

  4. Io ho letto “Falk” dello stesso autore…

    Commento di Francesca | 6 gennaio 2011

  5. Ho letto il libro molto tempo dopo aver visto il film, mi sono piaciuti entrambi anche se in Apocalypse Now riesce meglio l’impressione di un mondo in sfacelo, di una guerra assurda che imperversa feroce tra gente fanatica e gente a cui non gliene frega un cazzo, di follia incombente su tutto.

    Il libro di Conrad pur essendomi piaciuto molto è una storia assai più contenuta, sottile, e ovviamente priva dell’impatto visivo del film. Nonostante la malattia e la morte sempre in agguato, manca anche della situazione estrema della guerra.

    Commento di bruno | 7 gennaio 2011

  6. ma come 5??? neanche la sufficienza gli dai?
    Io ho amato alla follia quel libro (e lo amo ancora) e ho amato anche Apocalypse Now of course!

    Commento di fed | 8 gennaio 2011

  7. Eh no, non mi ha coinvolto. Non ho “visto” o “vissuto” la tenebra, l’orrore… per dirlo alla Gambera, mi è stato “detto” che c’erano tenebra e orrore, ma non mi sono stati “descritti”.

    Commento di tanabrus | 8 gennaio 2011


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