La torre di Tanabrus

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Don Chisciotte della Mancia


Autore: Miguel de Cervantes
Editore: BUR
Prezzo: € 16,00
Pagine: 1311

Il Don Chisciotte è una delle storie più famose che ci siano, nota praticamente a tutte le persone: la pazzia di Don Chisciotte, che si crede un cavaliere errante e che nella sua mente distorce la realtà che lo circonda, trasformando mulini a vento in giganti da affrontare, una comune paesana nella dama Dulcinea del Toboso, branchi condotti al pascolo in eserciti. Sempre accompagnato dal fedele e briccone scudiero, Sancio Panza.

Tutti conoscono la storia, dicevo, ma dubito che in molti abbiano letto il libro.
Un libro molto corposo, ripieno di note per contestualizzare certe affermazioni o certi termini.
Un libro che ho scoperto essere diviso in due parti, pubblicate in tempi diversi dall’autore.
Un libro che alla fine posso dire mi sia piaciuto.

La prima parte narra delle prime due uscite di Don Chisciotte.
L’autore finge che l’origine di questa storia provenga da un manoscritto rinvenuto in qualche modo fortunoso, opera di un misterioso storico e filosofo moro, tale  Cide Hamete Ben-Engeli (che in certi momenti, da come se ne accennava, mi ha fatto pensare a un arabo pazzo di un differente autore…).
Scopriamo così la follia che viene a colpire il signor Chisciano, la cui mente aveva assorbito troppi romance sui cavalieri erranti dei tempi che furono e aveva ceduto, facendoglieli credere tutti quanti per veri.
La sua prima uscita in solitaria, e la lunga seconda uscita accompagnato dallo scudiero Sancio Panza.
Questa prima parte comincia bene, interessante, e ci mostra subito le più note imprese di Don Chisciotte. Poi però si perde, e nella sua seconda metà si dilunga in storie dentro la storia. Una lunga sfilza di storie di amori sforunati, tutti simili tra loro, in cui i nostri protagonisti si imbattono di continuo. Una vera noia.
E per di più ci sono anche errori madornali, come quando a Sancio viene rubato l’asino, ma dopo poche pagine si dice che monta sull’asino e parte al seguito del padrone.

La seconda parte è migliore della prima, e anche di molto a mio avviso.
Più ironica, più matura nel contempo, senza tutte le storielline che avevano appesantito il primo libro –filler le chiameremmo oggi-.
Infatti, tra la prima e la seconda parte, era uscito il primo libro di Don Chisciotte. Tanto nel mondo reale quanto in quello fittizio creato da Cervantes. E così molta gente riconsoceva Don Chisciotte, avendone letto il libro. E addirittura circola un secondo libro, fasullo, di sue avventure che mai però il nostro ha vissuto.
Gli amici di Don Chisciotte, nel borgo, cercano di assecondarlo per trovare il modo di curarlo da questa sua follia, ma falliscono e i nostri eroi partono per il terzo viaggio.
Un viaggio nel quale, questa volta, più che incappare in avventure estemporanee finiscono in mezzo a gente che conosce il nome di Don Chisciotte e la sua storia, e che lo asseconda di buon grado per divertirsi a sue spese.
Addirittura un duca e una duchessa, che tra amori cortigiani, singolari tenzoni, apparizioni di diavoli e incantatori e addirittura l’assegnazione di un governo al povero Sancio rendono realtà buona parte delle fantasie di Don Chisciotte.
Così come un brigante e un nobiluomo a Barcellona, che fanno tutto il possibile per trattare il pover uomo come fosse davvero il fiore della cavalleria errante, rinata in lui.
Nella seconda parte poi l’autore parla anche dei tanti errori presenti nella prima parte, facendo sì che Sancio spiegasse come si erano svolti realmente i fatti e che sia lui che il suo padrone imprecassero contro chi aveva commesso tanti e tali errori (ad esempio, dalla prima parte alla seconda viene cambiato anche il nome della moglie di Sancio…).

Ma sopratutto, nella seconda parte mutano le psicologie dei personaggi.
Don Chisciotte, da matto completo che trasformava tutto ciò che vedeva per adattarlo ai suoi sogni -le osterie diventavano castelli, ogni donna che passava era una dama, ogni processione erano eserciti nemici- pare rinsavire un poco, aiutato probabilmente dal fatto che finalmente si vede riconosciuto realmente e accolto in castelli, con tutti gli onori che a suo parere gli si devono. Vede le locande per quello che sono, riconosce la vera natura delle persone che gli stanno intorno, ammette di non sapere se l’avventura nella caverna sia stata reale o un sogno. Resta matto, certo, ma meno pericoloso -per gli altri e sopratutto per sé- di come era in passato.

E Sancio, che pur essendo più materialista e scafato del padrone condivideva con questo parte di follia, credendo davvero che fosse un cavaliere errante, che incantatori malvagi li bersagliassero e che gli sarebbe spettato il governo di un’isola, matura pure lui, magari come effetto collaterale dello stare giorno e notte a contatto con il suo coltissimo signore. Il suo parlare si fa più ricercato, e sempre più spesso esce fuori con perle di saggezza e massime filosofiche partorite dalla sua mente, seppur condite della rozzezza che ci si può aspettare da un individuo privo di istruzione come lui. Tanto che chi lo conosce, così come si meraviglia della cultura e della pazzia di Don Chisciotte non riuscendo a decidere quale delle due sia maggiore nell’uomo, si meraviglia della sua saggezza e della sua creduloneria, delle sue facezie e della sua semplicità. Risulta difficile dare un giudizio su Sancio, che a momenti pare consapevole della follia del suo padrone, ma che pure la condivide credendo che tali pazzie siano dovute all’opera degli incantatori suoi nemici.

Va detto comunque che le psicologie dei due sono abbastanza mutevoli, dalla saggezza alla follia il passo è breve e spesso entrambi varcano più volte la soglia, senza soluzione di continuità né nel loro comportamento né nei rapporti tra di loro.

Sarebbe anche da chiedersi se siano del tutto normali coloro che, come il Duca e la Duchessa, si impegnarono così tanto per farsi beffe dei due, arrivando a inscenare rappresentazioni con tutta la loro servitù, a concedere allo scudiero il governo di un loro borgo, a impegnare tempo e risorse per divertirsi a loro spese. E a continuare anche quando tali burle diventavano dannosi per i poveri beffati, procurando loro sofferenze fisiche… ecco, questa coppia di nobili ha parecchio di sadico, a differenza degli altri beffatori che si incontrano, che comunque tentano di preservare Don Chisciotte.

Un’altra cosa interessante del libro, è la possibilità che i libri siano dannnosi.
Il curato e il barbiere, controllando i libri in casa di Don Chisciotte, li mettono quasi tutti al rogo perché si tratta di storie di fantasia, senza insegnamenti morali e capaci solo di guastare la mente delle persone.
Ma la colpa di tutto ciò è dei libri o della mente che li legge, visto che il caso è più unico che raro? E chi decide cosa è lecito leggere e cosa no?
La colpa di Don Chisciotte è quella di avere portato alle estreme conseguenze un fatto, e cioè quello di apprendere qualcosa tramite i libri (non tanto un qualcosa di pratico, ma qualcosa di intangibile come un codice d’onore, una discendenza, un sentimento) e di averlo voluto far proprio.
Basta pensare a come Don Chisciotte senta di dover trovare una dama da cantare e della quale innamorarsi castamente, di un amore platonico e impossibile, perché così usava tra i cavalieri erranti. E si crea dal nulla donna Dulcinea del Toboso, che poco a poco diventa sempre più reale nella sua mente fino al punto da essere certo che sia una dama, che esista, che viva in un palazzo. Tutte cose che inizialmente sapeva non essere reali.

Un bel libro, con una seconda parte molto buona e una prima parte troppo appesantita da errori e dalle lungaggini eccessive delle storie che si intromettono con la storia principale.
Non adatto a tutti, visto che la prima parte probabilmente spesso indurrebbe all’abbandono del tomo a causa della noia.

Voto: 6/10

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19 dicembre 2010 - Posted by | Cervantes Miguel | ,

4 commenti »

  1. La domanda da farsi è: don Chisciotte è persona migliore e più felice senza i suoi libri? 😉

    Commento di Valberici | 19 dicembre 2010

  2. Migliore no, ma neanche peggiore visto che pare fosse soprannominato “il buono” anche prima della follia 😉
    Più felice senz’altro no, per Don Chisciotte direi che vale ciò che dice il protagonista di Nessun Dove: “Se questo è tutto quel che c’è, allora non voglio esser savio”.

    Commento di tanabrus | 19 dicembre 2010

  3. “la colpa di tutto ciò è dei libri o della mente che li legge?”
    Il discorso che si faceva sul sito di Val: è sempre la persona che rende buono o cattivo qualcosa. E’ dai frutti che si giudica l’albero 🙂

    Commento di M.T. | 19 dicembre 2010

  4. Veramente io l’albero lo giudico dal legno.
    Sono tra quelli che non ha mai letto il libro. Anche quando lo vedo in libreria non mi attrae proprio. Credo che non sia il mio genere.

    Commento di devero | 21 dicembre 2010


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