La torre di Tanabrus

Did you miss me?

Scelti dalle tenebre


Autore: Anne Rice
Editore: TEA
Prezzo: € 8,90
Pagine: 453

Secondo libro de Le cronache dei vampiri.
Questa trilogia mi fa pensare a una matrioska.

Mi spiego.
Il primo libro della trilogia, il celebre Intervista col vampiro, vede il vampiro Louis narrare la propria storia. E quindi narrare le vicende del vampiro Lestat per come le conosce, per come le ha sperimentate.
Questo libro allarga la visuale: spronato dall’esempio di Louis (che ha generato un libro chiamato proprio Intervista col vampiro), Lestat trova la forza di tornare a vivere la sua non vita. Ma non solo, decide di scrivere la sua storia (si, il libro si chiamerà Scelti dalle tenebre).
La sua storia partendo da quando era giovane, un nobilotto di campagna appartenente a una famiglia impoveritasi nella Francia pre-rivoluzione, fino ad arrivare al suo ritorno sulla scena come rockstar in un’estrema sfida a tutto e tutti, e alle inaspettate conseguenze di questa sua scelta. Passando ovviamente per tutta la sua non-vita, Louis e Claudia compresi.
Il volume successivo, La regina dei dannati, per mezzo libro ripercorre le ventiquattro ore (o giù di lì) precedenti il concerto di Lestat, ma viste da un’infinità di punti di vista diversi. Per poi passare lentamente all’azione (se così si può dire).

Quindi, ogni volume riprende in un certo senso il precedente ampliandolo. Da qui la matrioska.

Passiamo più nello specifico a questo libro.
La premessa, come ho detto, è il risveglio di Lestat. E la sua scelta di fare un gruppo rock, di dichiararsi per quello che è realmente, di cantare ciò che sa. Tutte cose, ovviamente, contrarie alle regole dei vampiri (che in una sorta di Masquerade proibiscono di rivelarsi agli umani, o di divulgare nomi e rifugi degli altri vampir. Comprensibile come cosa, visto che di giorno sono totalmente vulnerabili).

Decide anche però di scrivere un libro come quello scritto sulla base dell’intervista concessa da Louis, un libro sulla sua vita.

L’intero libro Scelti dall’oscurità riguarderà questo, la sua vita.
La sua gioventù irrequieta in Francia e il suo rapporto difficile con la famiglia, la sua amicizia profonda con Nicholas.
La fuga a Parigi, l’ingresso nel mondo del teatro.
La vampirizzazione, l’evoluzione dei suoi pensieri.
E poi Gabrielle, sua madre; Armand e la sua congrega; la disperata ricerca di Marius, l’impellente necessità di comprendere; Louis, Claudia, il Teatro dei Vampiri…

Fondamentalmente è quasi un romanzo di crescita.
Dal ragazzo di campagna Lestat fino ad arrivare alla rockstar, con una lenta maturazione più che altro a livello di percezioni, di consapevolezza, di morale, di idee.
Non di carattere, perchè il suo carattere non cambierà mai. Il suo carattere è ciò che lo rende diverso dagli altri: audace, irrispettoso, arrogante, irritante.

Quando gli altri vampiri temevano i simboli religiosi, lui entrava tranquillamente nelle chiese, cacciava in Notre Dame, spaventava i fedeli.
Quando gli altri vampiri si nascondevano nelle catacombe, lui portava avanti affari a Parigi, tramite un avvocato che faceva da intermediario di giorno. Faceva regali alle persone amate: il padre e i fratelli, la madre malata, Nicholas e la compagnia teatrale.
Si definiva “un nuovo male per un nuovo secolo”, irridendo le superstizioni dei vampiri che si ritenevano maledetti da Dio e obbligati a fare da demoni per suo volere: viveva tra gli umani, si mescolava a loro, li ammaliava, li corteggiava, se ne inebriava.

Quindi, il libro è essenzialmente una biografia. Stop. La parte del concerto, anticipata dall’inizio del libro e vissuta alla fine, è trattata brevemente e non si capisce granchè, diciamo che è un antipasto del terzo libro.

Com’è questa biografia?
Di sicuro non è brutta. Interessante, piacevole.
Ma anche stancante, direi, per lo stile tipico della Rice. Quasi poetico, ma prolisso. Enormemente descritivo quando si tratta di mostrare i sentimenti di qualcuno, ciò che prova. Le sue idee.
Alla lunga stanca questa cosa.
Tanto per dire, dopo aver letto questo libro ho dato una rilettura veloce alla Regina, che avevo letto anni fa e che ora potevo comprendere meglio visto che prima non conoscevo praticamente nessun personaggio.
Beh, la rilettura (tagliando buona parte dell’inizio “fine del secondo libro vista da mille angolazioni” ed evitando le lunghe parti descrittive di stupori, innamoramenti, esaltazioni e sensazioni varie) è durata tre-quattro ore (e non è che ricordassi molto, giusto cosa accadeva a grandissime linee).

C’è chi apprezza questo stile (uno scrittore di Leth a caso, ad esempio) ma io di solito preferisco che ci sia un po’ più di azione. Non dico totalmente avventura, ma ad esempio anche Murakami parla di sentimenti, sensazioni e via dicendo. Solitamente però ci mescola azione, per rendere più avvincente il libro.
Qui, finita la parte della Congrega di Armand, l’azione praticamente scompare del tutto… non è propriamente il mio tipo di libro.

Comunque è una buona lettura ugualmente, e il tipo di vampiro di cui scrive la Rice è affascinante.
Sopratutto vedendo vampiretti da due soldi brillanti e vegetariani come quelli di una certa saga ora fatta anche film di cui non dirò il nome per non farle involontariamente pubblicità… ecco, mille volte meglio questi vampiri (e questi libri) di quelli lì, senza ombra di dubbio.
Solo che non penso potrei leggermi diversi libri di questo tipo di seguito, ecco.

Voto: 6\10

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11 ottobre 2009 - Posted by | Rice Anne | , ,

5 commenti »

  1. Ti giuro, vedendo una recensione così lunga stavo per commuovermi. Perché alla fine hai sviscerato tutti i punti di forza e le debolezze della Regina (anche se per me ha solo pregi :P). Il suo stile in effetti è molto particolare, così come le storie; lasciano annusare qualcosa di diverso, ma alla fine tutto resta immobile. E tanta immobilità fa sì che il lettore apprezzi il più piccolo dei movimenti (cosa che proprio oggi notavo in “Moonacre”). Conta che dopo “La regina dei dannati” i romanzi mutano ancora. Più riflessivi (o prolissi, che dir si voglia!) e meno “concreti”. L’intero quarto volume si basa sul viaggio spirituale di Lestat… sublime!

    Ma una cosa è certa: i vampiretti figaccioni che spadroneggiano in libreria di recente, sfigurano a confronto. E pensare che la Meyer credeva di aver inventato qualcosa di nuovo. Che andasse a leggersi la Rice piuttosto!

    Commento di Luca Centi | 11 ottobre 2009

  2. Beh, guarda, ho letto il primo della Meyer.
    Sarebbe una storia d’amore, giusto?

    C’è più amore tra Lestat e Gabrielle o Louis (o Armand, Marius…) di quanto ne può scribacchiare lei nel suo libro.
    E le sue descrizioni dei vampiri come adoni irraggiungibili e bellissimi… in quel libro sono ridicole. Invece quando Lestat descrive Armand a Notre Dame, o Marius, o Coloro… beh, è tutta un’altra cosa. Non stonano affatto queste esagerazioni fisiche.

    Anni luce di differenza.

    Commento di tanabrus | 11 ottobre 2009

  3. Ok, ora sto ufficialmente piangendo! E’ bello vedere altri emozionarsi con la Regina e apprezzarne la bravura. L’amore in effetti non è rappresentato da frasi sdolcinate e scene ridicole, quanto dai gesti. Lestat e Louis ne sono un esempio (o anche solo Lestat e Lestat, esteta com’è! Mi ricorda vagamente Dorian Gray; a te no?)

    Commento di Luca Centi | 11 ottobre 2009

  4. Già, in effetti chissà come si sarebbe divertito in quell’Inghilterra… immagino avrebbe vampirizzato volentieri Wilde!

    Commento di tanabrus | 12 ottobre 2009

  5. Ovviamente. Non prima di averci giocato per qualche mese però! Lestat spreme tutto lo “spremibile” e poi imprime a forza la sua impronta sulla vittima. Superbe! XD

    Commento di LucaCP | 12 ottobre 2009


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