La torre di Tanabrus

Did you miss me?

L’acchiapparatti di Tilos


Autore: Francesco Barbi
Editore: Campanila
Prezzo: € 18.90
Pagine: 432

Era da quasi un anno che cercavo questo libro, e come ho scritto una settimana fa alla fine l’ho trovato nascosto tra la sezione “ragazzi” e la sezione “bambini”.
Immagino il processo mentale che ha spinto i commessi della Edison a porlo in quella sezione: un acchiapparatti? E che diavolo sarebbe? Sarà una storia per ragazzini, con una sorta di protagonista strambo che per vivere cattura topi… vediamo la seconda di copertina… un becchino storpio, una torre maledetta, il matto del villaggio un gigante tonto che parla per proverbi, una simpatica donna di malaffare… si, si, è per ragazzi. Con questi protagonisti poi, deve essere comico.
Di sicuro non solo non l’hanno letto, ma nemmeno si saranno informati in rete al riguardo.
Vedendolo lì ero rimasto un poco interdetto, ciò che ne avevo letto non me lo faceva immaginare per un tale target.
Ora che l’ho finito ho avuto la conferma della cialtronaggine di quei “commessi” della libreria.

Premesso quindi che malglrado la locazione il libro non è per bambini e\o ragazzini, passiamo finalmente a parlare del libro.

E’ un fantasy, certo, ma un fantasy di quel sottogenere che punta sul realismo. Niente elfi o altre razze più o meno fatate, niente maghi o divinità che donano poteri ai propri adepti, niente draghi o creature mitologiche assortite. Almeno per la maggior parte del tempo, cioè.
In questo mi ha ricordato Le cronache del ghiaccio e del fuoco di Martin: in entrambe le ambientazioni -medioevaleggianti, crude e realistiche- c’è un passato magico ormai perduto da tempo. E in entrambe, comunque, qualcosa di quel passato continua a esistere. A differenza del respiro epico della saga infinita dell’americano, però, Barbi si concentra su un fazzoletto di terra, una porzione delle Terre di confine compresa tra i villaggi di Tilos e di Giloc.

L’ambientazione è resa alla perfezione e fin dalle prime pagine ci ritroviamo immersi in quello che pare un medioevo italiano. In questo aiutano i dialoghi dei personaggi, che spesso utilizzano termini che ci ricordano l’epoca storica, e le prime pagine dei capitoli iniziali. In quelle pagine infatti Barbi, prendendo spunto da ciò di cui sta parlando, ci illustra l’ambientazione: come si vive, l’importanza della religione… una religione che ricorda parecchio il Cristianesimo, visto che si era imposta a forza sui preesistenti culti pagani soppiantandoli e non disdegnando la caccia agli eretici e alle streghe.
Altra cosa che mi è piaciuta, e che aiuta a immedesimarci nell’ambientazione, il sottotitolo di ogni capitolo. I capitoli hanno infatti un titolo, ma hanno anche una breve descrizione che comprende il luogo in cui si svolgeranno gli eventi e una data -giorno e mese- col mese scritto con il nome datogli dagli abitanti. Luna della vendemmia, luna delle foglie morte… mi è piaciuta!

I personaggi poi sono splendidamente caratterizzati. Oltre a essere totalmente improbabili come protagonisti o coprotagonisti di un libro fantasy.
Abbiamo infatti Ghescik, un becchino gobbo e storpio incattivito da una vita vissuta tra umiliazioni e derisioni, evitato e maltrattato per il suo aspetto, costretto ad affidarsi alla propria astuzia per sopravvivere.
E c’è Zaccaria, il matto di Tilos. Incapace di concentrarsi su qualcosa, spesso preso da crisi, vive in una vecchia casa disastrata e vive della professione che si è inventato, quella di acchiapparatti.
Quando Ghescik si troverà costretto a fuggire da Tilos costringendo Zaccaria a seguirlo, a loro si unirà anche Teclisotta, una prostituta.
A questo primo e improbabile gruppo (altro che i gruppi di umani, elfi e nani con guerrieri, ladri e maghi…) si uniranno poi un uomo gigantesco completamente scemo, un espertissimo e pericoloso cacciatore di taglie dal passato misterioso, una donna in grado di vedere il futuro.

Ogni personaggio è delineato perfettamente e agisce coerentemente con sè stesso, e non sono mai personaggi banali.
Ghescik fa il duro e il cattivo, ma si sorprende più volte a compiere atti generosi; Zaccaria segue sempre il proprio filo (il)logico; Isotta segue il proprio tornaconto personale; Gamara è mosso dal desiderio della caccia e della vendetta.

E poi c’è il mostro. Il Boia di Giloc.
Una creatura vecchia di secoli che vive rinchiusa nei sotterranei di Giloc, da cui viene fatta uscire solo per le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte, in un’arena protetta.
Un demone evocato secoli prima, quando la magia esisteva ancora nelle Terre di Confine. Poi gli stregoni erano stati sterminati dai Guardiani dell’Equilibrio, il braccio armato della religione, e con loro pure la magia.
Solo il mostro resta a memoria di quei tempi ormai passati. Il mostro e la Torre abbandonata vicina a Tilos, appartenuta un tempo al potente stregone Ar-Gular e ora sigillata.

La storia comincia con la morte di una vecchia indovina.
Una morte che porterà Ghescik, per vie traverse, a intrufolarsi nella Torre di Ar-Gular. E a prendere da una stanza nascosta un diadema di metallo.
Sarà quel diadema a mettere in moto gli eventi, a far tornare con prepotenza la magia, a causare la fuga del Boia e a condurre lentamente all’inevitabile conclusione.

Di certo il libro mi è piaciuto.
Lo stile è scorrevole e chiaro, le parti in cui l’autore spiega l’ambientazione e il suo passato sono dosate con cura e mai abbastanza lunghe da diventare noiose. I personaggi, come già detto, sono caratterizzati ottimamente e assolutamente atipici.
L’ambientazione ottima. Il libro è autoconclusivo, cosa rara per un fantasy ormai, e questo è un ulteriore motivo di plauso.
Mi è piaciuta anche la fine.

Non ha dunque difetti questo libro di esordio?
Ovviamente ne ha, anche se nessuno così grave da sminuire il romanzo.
Spesso, durante l’azione, si passa dal passato al presente e questa cosa -che immagino sia voluta- non mi è piaciuta per niente.
Certe volte l’uso di alcuni arcaismi appariva fin troppo eccessivo, forse quei termini sono stati un po’ troppo abusati nel tentativo di fare immergere completamente il lettore nell’epoca storica cui si fa riferimento nel libro.
Non mi ha convinto appieno la scomparsa dalle scene di Isotta, sopratutto visto che il mercante immagino sarà ben stato avvezzo a simili cose… non ce lo vedo a comportarsi così.
Pensavo poi si scoprisse qualcosa di più su Gamora, invece rimane misterioso fino alla fine.
E sopratutto, il problema principale della storia -a mio avviso, sia ben chiaro- è che la trama unita all’assenza di epicità non ti tiene incollato al libro, desideroso di sapere cosa succederà. O almeno, per tutta la parte centrale non lo fa. Perchè superati gli eventi iniziali, e prima che tutti i gruppi confluiscano verso il finale comune, il pensiero “e ora?” scompare dalla testa.
Nessun problema, la scrittura scorrevole e piacevole sopperisce egregiamente a questo difetto e i capitoli vanno giù come acquavite, ma è difficile appassionarsi alla storia quando i personaggi non fanno quello che il lettore spera e invece cercano addirittura di tornare al punto di partenza evitando ogni contatto con il mostro liberato. Ma ripeto, lo stile di Barbi fa sorvolare su questa cosa e si arriva alla fine del libro prima ancora di accorgersene.

Nel complesso un ottimo libro, non si direbbe assolutamente un romanzo d’esordio. Assolutamente consigliato a chi non disdegna del fantasy realistico e con pochissima magia, magari una lettura farebbe bene anche a chi pensa che il fantasy sia solo orecchie a punta, draghi senzienti e eroi omerici belli e onnipotenti…

Voto: 8/10

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10 luglio 2009 - Posted by | Barbi Francesco | , , ,

2 commenti »

  1. […] considerazioni sul libro e non so scrivere una vera recensione. Questa volta vi invito a leggere la recensione scritta a suo tempo da […]

    Pingback di Castel Oricalco » L’Acchiapparatti di Tilos | 12 ottobre 2010

  2. […] Torre di Tanabrus: L’acchiapparatti di Tilos […]

    Pingback di Qualche recensione tornata a galla | | 15 marzo 2011


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