La torre di Tanabrus

Il sentiero dei pugnali


Ottavo volume della maestosa saga La ruota del tempo di Robert Jordan.
Ho superato il giro di boa, ottavo volume su quattordici totali.
E il primo commento che mi viene in mente è: Martin, impara da Jordan.

Non mi riferisco alla dedizione al lavoro, alla storia e ai fan che lo ha spinto, ormai malatissimo e consapevole di non avere più molto tempo, a lasciare capitoli completati, capitoli quasi completati e appunti scritti e registrati su nastro affinché qualcun altro (Sanderson) potesse portare a termine la sua opera dandole degna conclusione.

Mi riferisco al fatto che dopo quasi settemila pagine di storia, non vedo cedimenti.

Non vedo un autore perso nell’immensità del proprio lavoro, schiacciato dai personaggi e dai loro desideri.
Non vedo un autore che non sa come riportare la trama sui giusti binari, e che finisce con il fare giri a vuoto.
Non vedo un autore annoiato dalla sua storia.

No, vedo un autore innamorato della sua storia e dei suoi personaggi.
Un autore che non ha mai perso di vista la Storia, lo scontro predetto dalle profezie tra Rand al’Thor e il Tenebroso, l’Ultima Battaglia.
E in funzione di questo scontro finale girano tutti i libri.
Tutto quello che viene fatto è in relazione allo scontro finale.

Le evoluzioni dei personaggi, i loro rapporti, le avventure che leggiamo, le imprese che vengono compiute. Tutto avviene per l’Ultima Battaglia.

Il gruppo di Elayne che riesce a utilizzare la Scodella dei Venti per ripristinare il clima (più o meno) dopo che il Tenebroso aveva inaridito l’intero mondo, e che poi si dirige verso Cairhien per ottenere il trono che fu di sua madre e appoggiare così Rand con le sue truppe.
E i Seanchan che le mettono in fuga non sono certo fini a sé stessi: ricompaiono nella sottotrama di Perrin, inviato da Rand a debellare il morbo del Profeta, ponendo lui e Faile in serio pericolo per il prossimo libro. E ricompaiono nella trama principale di Rand stesso, che muove guerra contro di loro per ricacciarli ad Ebou Dar. Facendoci scoprire che vicino alla città Saidin è ingestibile, se usato per attaccare colpisce tutti indiscriminatamente… e quando Rand attacca usando Callador, succede infatti un disastro che arriva a spezzare la volontà di diversi Asha’man presenti con lui sul campo.
Il che porterà ad altri attentati a Rand, sempre più potenti e gravi, fino a costringerlo nuovamente ad andarsene dal suo Palazzo per non correre inutili rischi! Un Rand comunque sempre più incerto e in bilico, cui risulta quasi difficile afferrare Saidin e le cui ferite inguaribili tornano a farsi sentire, così come il Drago nella sua testa, sempre più folle.

E poi Egwene che lotta per mantenere il proprio titolo e per farlo valere contro le Aes Sedai del consiglio che pensano di poterla manovrare a loro piacere, mentre lei le sta guidando contro la Torre bianca per spodestare l’usurpatrice rossa.
E alla Torre Bianca il clima è assurdo, con le Ajah una contro l’altra, i sospetti sull’Ajah Nera, la convinzione che la loro Amyrlin Seat non potrebbe mai aver fatto ciò di cui le ribelli la accusano riguardo al Falso Drago.
Falso Drago che, nel frattempo, sconfigge allegramente la piccola forza d’attacco spedita dalla Torre Bianca a distruggere la Torre Nera, che non consideravano un grosso problema. Errore! Chi si dimostra superbo e arrogante, qui, fa sempre brutte fini…

E ancora, i Prescelti tornano a muoversi su ordine del loro signore e padrone.
E tutti, tutti, vogliono mettere le mani su Rand. Perché è praticamente in tutte le profezie, tutti sanno che dovrà combattere e sconfiggere il Tenebroso…. e tutti vogliono che lo faccia danzando alla loro musica, dando loro la gloria, seguendo i loro ordini!
Giochi di potere dentro giochi di potere, alleanze deboli e traballanti, bandiere che cambiano con rapidità, guerre fratricide, la pazzia in agguato dietro ogni angolo.
Questa serie, superata la metà, continua a essere perfettamente focalizzata sul proprio obbiettivo, piena di vitalità.
Malgrado le dimensioni del libro, anche questo ottavo volume mi è volato via sotto gli occhi, una pagina dopo l’altra, un capitolo dopo l’altro.
Un tempo avrei apprezzato meno questa cosa, ma dopo aver letto A feast for crows e A dance with dragons sono molto, molto più recettivo a queste cose.
E posso dire che ha dello straordinario la scorrevolezza  e la freschezza della serie, dopo settemila pagine.
Devo farmi violenza per non correre a prendere il nono volume adesso, e solo perché ho altri libri in coda che voglio leggere.

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15 luglio 2012 - Posted by | Jordan Robert

3 commenti »

  1. Mi hai incuriosito.
    Provo a fare una domanda sciocca, dopo una piccola premessa:
    di Martin non amo lo stile ripetitivo, i capitoli lunghissimi e i seguiti inutili (A feast of crowl è stato un vero calcio nelle palle), ma la cosa che mi ha colpito – e credo abbia colpito tutti – è stata la scelta dell’azzeramento del protagonista, che ha reso qualunque – beh, quasi – personaggio realmente in pericolo di vita, tralasciando “i buoni vincono sempre”, la tecnica del Deus ex Machina e il protagonista “HarryPottiano” che arriva fino all’ultimo libro.
    Se la cava bene anche su questi versanti?

    Commento di Memmo | 15 luglio 2012

  2. Di sicuro non è cattivo con i suoi personaggi come lo è Martin (anche se ormai si è capito chi sono i suoi protagonisti, e dubito che uno di loro incontrerà a breve la morte… più che altro ci ha sconvolti con un paio di morti “celebri” ma dopo è andato placandosi non poco), e la struttura è differente: le profezie dicono chiaramente che il Drago Rinato dovrà affontare il Tenebroso nell’Ultima Battaglia, e che solo il Drago Rinato potrà sconfiggerlo.
    Pare scontato quindi che Rand al’Thor arriverà fino alla fine.

    Sembrano ragionevolmente sicuri di sopravvivere anche i coprotagonisti, ma c’è una grandissima incognita (oltre al chi sarà al suo fianco e chi invece si ribellerà, chi vincerà le lotte intestine per il potere e così via): la pazzia.
    In questo universo sia donne che uomini potevano usare la magia (incanalare, dicono) ma attingevano alle due metà differenti della magia, saidin per gli uomini e saidar per le donne.
    Dopo l’ultmo grande scontro contro il Tenebroso però (dove combattè il Drago che ora è rinato in Rand, e la cui voce il ragazzo sente dentro di sé, folle e quasi sempre priva di senso) la metà maschile è stata contaminata dalla tenebra.
    Da allora gli uomini in grado di incanalare sono sempre stati visti male, con paura e sospetto, quietati e schermate se non uccisi.

    Perché controllare Saidin è ora difficile. E perché Saidin porta alla follia. E’ un destino scritto di chi incanala Saidin corrotto, la pazzia piomberà su di lui.
    E noi, così come tutti coloro che stanno intorno a Rand, non possiamo fare altro che chiederci come arriverà alla battaglia finale. Sano di mente e in forma? O ormai preda della pazzia? Avere dentro di sé il precedente Drago, ormai folle anche lui, non lo aiuta (si ritrova a urlare alle voci nella sua testa), si ritrova a sospettare di tutto e tutti, circondato da gente che lo vorrebbe usare.

    Non c’è il senso di morte per i personaggi che c’è in Martin, ma ripeto, ormai non lo provo nemmeno con Martin.
    Dubito che chi è andato nel lontano nord morirà, così come chi è volato via a dorso di drago, o chi ha viaggiato nascosto da Westeros alle terre selvagge per sfuggire al boia. E l’apprendista assassino senza volto? L’odiosa Sansa? Il comandante dei Guardiani?
    No, penso che con il terzo libro Martin abbia smesso con le carneficine indiscriminate.

    Quanto al “i buoni vincono sempre”, qui più che altro abbiamo un “i buoni devono ingollare compromessi pesanti, per il fine più grande di salvare il mondo. E spesso non sappiamo bene chi siano i buoni, chi siano i cattivi, e chi si finga ciò che non è mentre affila un coltello”.
    Anche perché, alla fine, non siamo nemmeno certi che parteggiare apertamente per il Drago Rinato sia “buono”, e non sia magari meglio che qualcuno lo tenga invece al guinzaglio, guidandolo.

    Commento di tanabrus | 15 luglio 2012

  3. Forse sono sembrato un po’ troppo dalla parte di Martin; anche io dopo il terzo (che reputo il migliore) mi sono trovato deluso e annoiato, soprattutto annoiato, nella fatica di finire le pagine innumerevoli che sembravano replicare le precedenti.
    L’unica cosa che gli concedevo era appunto la condizione dei personaggi, ma hai avuto ragione a specificare che con l’andazzo dei libri i personaggi si sono stabilizzati, sebbene con gli ultimi due “in arrivo” tutto rimane aperto.
    Non ho ancora finito A dance with dragons; sto leggendo l’ultima parte in inglese; il mio inglese non è ottimo, ma non sto trovando particolari difficoltà, e la cosa mi ha un po’ stupito, in negativo: la traduzione italiana è, secondo me, fin troppo fedele, il che mi ha fatto pensare che la narrazione di Martin sia troppo semplice. – ma questo è un commento personalissimo -.

    Commento di Memmo | 15 luglio 2012


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