La torre di Tanabrus

Rothfuss, la Martin-fobia e l’uscita del suo secondo libro

Risale a pochi giorni fa il triplo sfogo di Martin sul suo blog, riguardo alla rabbia dei fan che lo pressano per A dance with dragons, riguardo al suo modo di scrivere, riguardo alle scadenza e ai libri già pubblicati.

E’ di ieri invece il fatto che il suo assist sia stato colto al volo da Patrick Rothfuss, l’esordiente autore de Il nome del vento.
Cosa ha detto al riguardo Pat?
Prima ha pubblicato delle divertenti vignette che esplicano perfettamente il rapporto dello scrittore con le richieste dei fan, poi è passato alle cose serie.

L’uscita di The wise man’s fear, il secondo libro della sua trilogia.
Riassumendo, lo scrittore dice che:

  • Le date di uscita che pubblica amazon sono stronzate, e questo era prevedibile
  • Anche questo libro sarà lungo. Più lungo del primo. 300.000 parole, si suppone. E negli ultimi tre mesi ha aggiunto un pezzo lungo 60.000 parole al libro, visto che ricontrollandolo aveva notato che in una certa parte le cose non erano spiegate bene, servivano più dettagli, più azione, più tensione.
  • Tanto per capirci, Stardust era lungo 60.000 parole. L’aggiunta fatta in questi mesi è un piccolo libro, in pratica. Coraline, altro esempio, è lungo 30.000 parole.
  • Ammette poi di impiegare diverso tempo perchè il suo libro è originale come trama, come tipo di libro. Non è uno dei tanti libri che copiano lo schema Tolkeniano, non  segue schemi prefissati. E’ in parte un’autobiografia, in parte parla del viaggio dell’eroe, in parte racconto epico, in parte storia fantastica, in parte storico, in parte romanzo… tanti generi mescolati insieme, deve ragionare per bene su come sistemarli tutti insieme andando avanti.
  • Cosa più importante, è un esordiente. Fino a due anni fa insegnava, ora è un autore venduto in tutto il mondo, si è comprato una casa e una macchina, va alle convention e fa sessioni di lettura del suo libro nelle librerie.
    Metabolizzare il tutto, venirci a patti e riuscire a riappropriarsi della propria vita non è stato facile. Ha vissuto un’enormità di cambiamenti dalla pubblicazione de Il nome del vento, e solo recentemente ha trovato la giusta dimensione per coniugare la sua nuova carriera di scrittore (comprese convention, presentazioni, incontri con i traduttori) con la sua vita. Comprensibilissimo, quello che sta scrivendo è il suo secondo libro. Sarà anche stato in buona parte già pronto, ma lo avrà dovuto rivedere, risistemare, correggere… in molte parti riscrivere del tutto.
  • Si definisce poi come una sorta di maniaco. Deve trovare la parola giusta, è capace di cercarla per giorni finchè non si ritiene soddisfatto. E’ un perfezionista, e questo porta via tempo.

Tutti questi punti per spiegare come mai il secondo libro non sta per uscire in primavera come invece dice Amazon.
Anche perchè, fosse anche pronto ora, prima di vederlo stampato passerebbero mesi.

Per me ha un po’ esagerato, magari impaurito dalle mail di un paio di fan idioti che lo hanno assalito per il secondo libro. E ha temuto di finire come Martin, costretto a difendersi dai suoi stessi lettori.
Ma le differenze con Martin sono enormi!
Pat non è abituato a fare lo scrittore di mestiere, e si è dovuto ambientare; sono passati due anni dal primo libro, primo in assoluto ricordo. Non è che dopo molti libri impiega cinque anni a sfornare il capitolo centrale di una saga, la situazione è totalmente diversa!
E poi non spezza i libri perchè “ho creduto giusto inserire dei pezzi, ma allora tanto valeva fare due libri”. No, fa un libro ancor più grosso. 50.000 parole in più del primo. Una goduria.

Ha avuto paura ma per quanto mi riguarda è totalmente infondata. Massimo supporto a Pat :)
Conludo dicendo solo che, seguendo quanto fatto da Sanderson con la Ruota del Tempo, Rothfuss ha deciso di indire una sorta di lotteria tra i suoi fan. Estrarrà a sorte uno di essi, e il vincitore sarà nominato nel libro!
Sarò malato, ma il trovare un “Tanabrus” che interisce anche solo di sfuggita con Kvothe mi attizza non poco, come idea!

Febbraio 28, 2009 Pubblicato da tanabrus | Altro, Martin George, Rothfuss Patrick | | 9 Commenti

Cold Wars

Fugitives, episodio 3.

Altro episodio intimista, incentrato ancora una volta su un personaggio quantomeno ambiguo.
Se nello scorso episodio la star era Sylar, in questo i riflettori sono tutti per Noah Bennet.

Lo avevamo lasciato drogato e nelle mani dei tre fuggitivi Matt, Mohinder e Peter.
Lo ritroviamo in loro compagnia, sedato e legato. I tre vogliono delle risposte, vogliono capire chi ci sia di preciso dietro tutta questa operazione, perchè lo facciano, come lo facciano.
E Noah è l’unica persona che conoscono che può fornirgli queste risposte. A parte Nathan, ma lui è abbastanza irraggiungibile.

Matt comincia così a scavare nei ricordi di Noah, e tramite dei flashback vediamo come Noah è arrivato a lavorare con Nathan a questo progetto.
La chiusura della Primatech e il ritrovarsi “pensionato”, l’arrivo di Nathan e la sua richiesta in cambio della sicurezza di Claire, la decisione di tornare in pista non sopportando l’inattività forzata.
Si vede un Noah ormai fuori luogo a casa, un Noah che aveva sempre vissuto per il suo lavoro. Ma quando decide di tornare in azione col governo, l’inflessibile e duro Noah viene dipinto da Danko come un debole, diviso tra lavoro e famiglia. Mentre lui è tutto d’un pezzo, vive per il lavoro e non ha altro all’infuori di questo.
E in mezzo a queste rivelazioni, la scoperta che Mohinder era stato avvertito di tutto ciò da Noah, che ne aveva chiesto l’aiuto. Ma lo scienziato non gli aveva creduto, e temendo di non essere creduto a sua volta non lo aveva detto a nessuno.
Mohinder roso dai sensi di colpa. Per ciò che aveva fatto nel terzo volume spinto dai poteri, per ciò che ha involontariamente fatto tacendo sul suo incontro con Noah.
Alla fine si redimerà coraggiosamente dimostrandosi nuovamente la persona generosa e buona che abbiamo conosciuto agli inizi della serie… purtroppo per lui anche Nathan sa di queste sue qualità, e non esiterà a farvi leva biecamente.

Peter invece segue gli indizi che Matt estrae dalla mente di Noah.
Trova il deposito di Bennet e si rifornisce di armi, per poi andare direttamente alla ricerca del capo dell’intera operazione, Danko, per sistemarlo.
E probabilmente sarebbe stato pronto a farlo, se l’uomo avesse reagito aggressivamente. Ma il soldato si dimostra un avversario formidabile. Conosce Peter, e agisce in modo da rendergli impossibile sparare.
Il fatto stesso comunque che Peter fosse pronto a farlo è un sintomo di come i tempi sono ormai cambiati.

Quello che purtroppo non cambia -prevedibilmente, ma ci avevo sperato- è l’Isaacazione di Matt.
Che continua a dipingere, e oltre a raffigurarsi come un kamikaze dipinge sul pavimento -come Isaac prima di lui- Washington in fiamme. Fiamme che probabilmente saranno causate da lui…

Due i colpi di scena dell’episodio: il fato di Daphne e l’attività della coppia Noah-Angela.
Che sia Angela la persona misteriosa che sta cercando di coordinare la ribellione?
Ne avrebbe i mezzi, certo, ma non ce la vedo… io continuo a pensare maggiormente al piccolo Micah.

Voto: 3/5

Febbraio 27, 2009 Pubblicato da tanabrus | Heroes, Serie tv | | 2 Commenti

The Target

Secondo episodio della nuova serie di Whedon, primo episodio potremmo dire visto che il pilot può essere visto come un episodio zero, utile a presentare personaggi e atmosfere.

Con questo episodio invece cominciamo a entrare nella storia.

Il bersaglio del titolo è Echo, in quanto una sua normalissima missione si trasforma in una lotta per la sopravvivenza quando il ricco acquirente del momento si rivela differente da come Dollhouse aveva immaginato.
Un cacciatore specializzato in esseri umani, la classica figura che si immagina cacciare i campeggiatori nei boschi.
Esperto di sopravvivenza e di caccia, attrezzato, dotato di arco professionale…

Ma non è tutto qui, ovviamente. Sarebbe banale se la serie si riducesse a una serie di missioni “sfortunate” di Echo.

L’uomo infatti non è arrivato a lei casualmente. E’ stato indirizzato, gli è stata consigliata. E qualcuno nel frattempo si occupava di intrattenere i suoi sorveglianti per impedirgli di aiutarla… tutto orchestrato alla perfezione da qualcuno che evidentemente conosceva bene come si muovono gli agenti di Dollhouse.
E questo qualcuno sembra essere Alfa, un Attivo sfuggito al controllo di Dollhouse.

Gli si sono risvegliati i ricordi, ha impianti da ninja e parecchio odio -si immagina- per la struttura e chi ci lavora.
Quando era fuggito, sterminando guardie, dottori e attivi, aveva lasciato solo una persona illesa: Echo.
Ha un legame particolare con lei? Ha visto qualcosa nella ragazza, magari la facoltà di liberarsi delle catene mentali come ha fatto lui stesso?
Per ora non lo sappiamo, come non sappiamo se questo incarico era una prova o una spinta per farle riacquistare consapevolezza di sè.

Di sicuro le cose si fanno interessanti, ed Echo sta lentamente cominciando a ribellarsi -seppur inconsciamente- a tutti quei condizionamenti.
Resiste al condizionamento della fiducia incrollabile (No, non andrà tutto bene) e dopo essere trattata malissimo -come una bambola, appunto- da Dominic, compie istintivamente il gesto appreso durante l’ultima missione.
Chissà se il veleno bevuto -proveniente da Alfa?- serviva a smuovere qualcosa nella sua testa, viste le visioni che l’avevano colta.

Intanto il cylon… ehm, l’agente Ballard riceve la traccia su Caroline. Che sia Alfa chi gli ha inviato l’informazione?

Direi che il primo vero episodio ha superato pienamente l’esame: interessante, pieno di interrogativi che invogliano a vedere il seguito. Speriamo che in America abbia mantenuto il buon rating del pilot!

Voto: 3.5/5

Febbraio 26, 2009 Pubblicato da tanabrus | Dollhouse, Serie tv | | 4 Commenti

Acacia book one – The war with the Mein

Autore: David Anthony Durham
Editore: Anchor Books
Pagine: 753
Prezzo: $ 7.99

Niente spoiler in questo post, tranquilli ;)
Ho preso questo libro fidandomi del giudizio di Pat Rothfuss, che sul suo blog ne parlava benissimo. Non sapevo che fosse stato tradotto in italiano, visto che il titolo è scomparso. E inoltre Piemme editore ha deciso di spezzare il libro in due parti, I ribelli del mondo oscuro e Il guerriero del lago d’argento.
A parte i dubbi su dove si trovi questo mondo oscuro che compare solo nel titolo, o su cosa c’entri il lago d’argento, non posso fare a meno di notare che ho avuto il libro pagandolo € 7.76 invece di € 44,00 (per ora sono le edizioni non economiche). E ne godo molto.

Premesso questo, passiamo al libro.
Di che cosa parla?
Parla di un impero, Acacia. Un impero all’apparenza forte, giusto, potente. Ma che in realtà è minato da molti problemi: secoli di dominio hanno reso molli i dominatori, la ricchezza si basa sulle miniere forzate, le possibili ribellioni sono sedate tramite una droga che viene importata da un regno lontano e pagata con una quota annuale di bambini mandati laggiù in schiavitù.
Re Leodan Akaran è un sognatore e un idealista. Da sempre avrebbe voluto ribellarsi a queste cose, distruggere le tradizioni che vede come inique, ma non ha mai agito. Ha orchestrato tanti cambiamenti, che sono però rimasti sempre nella sua testa.
Tutto cambia quando dalle regioni del nord arriva un assassino, un Mein. I Mein sono un popolo fiero, dei combattenti che vivono da secoli nelle regioni inospitali dell’estremo nord. Hanno una sacra missione, vendicarsi degli Akaran e conquistarne l’impero. Mentre il re viene ucciso, i Mein danno inizio a piani a lungo preparati, facendo muovere alleati ed eserciti.
I figli del re, secondo un piano segreto ideato proprio dal defunto monarca, vengono spediti in esilio ognuno in una destinazione segreta, affinchè possano farsi una vita ed eventualmente riconquistare poi il trono.
E ovviamente, una volta cresciuti, i quattro giovani Akaran cercheranno di riconquistare l’Impero…

Acacia mi ha ricordato parecchio Le cronache del ghiaccio e del fuoco come stile.
Fin dall’inizio ci troviamo ad assaporare diversi punti di vista, differenti per ogni capitolo. Non compare il nome del pov all’inizio del capitolo, ma non c’è il minimo problema di ambientamento visto che viene spiegato subito a chi appartiene il punto di vista.
Anche la famiglia reale degli Akaran ricorda abbastanza la saga di Martin e la famiglia degli Stark, almeno nel primo libro -il libro è diviso in tre parti, tre libri. Il primo libro possiamo considerarlo il preludio, che copre la trama che ho descritto e che è descritta in quarta di copertina; gli altri due sono ambientati nove anni dopo, invece-.
Leodan è ben differente da Ned Stark, è un idealista e un sognatore, ma entrambi sono “buoni” e amano enormemente i figli. Addirittura Leodan viene visto come strano, per l’affetto che nutre per i figli.
Aliver, il primogenito, sogna l’azione e le gesta eroiche dei miti del passato. Fin dall’inizio mi ha fatto pensare a Rob Stark, l’altro primogenito.
Corinn, la figlia maggiore, pensa a se stessa come il centro degli intrighi di corte, che vede come il suo giusto posto nel mondo. Bellissima e perfettamente educata all’etichetta, mi faceva pensare a Sansa, l’uccellino da corte.
Mena è strana, intelligentissima e saggia, intraprendente, curiosa. Ovvio il paragone con Arya.
Dariel infine, il più piccolo, un bambino. Che ha scoperto la rete di passaggi segreti nei muri del palazzo e li esplora, fa amicizia con gli addetti alle fornaci… Bran, spiaccicato identico.

Chi più chi meno, gli Akaran ricordano davvero molto gli Stark.
E il senso di attesa e di incertezza che si prova leggendo la storia è lo stesso che si prova leggendo Martin: non essendoci un solo protagonista non si sa chi sopravviverà, chi alla fine siederà sul trono. Il dubbio rimane fino agli ultimi capitoli, quando si vorrebbe imprecare contro un certo personaggio -anzi, un paio- che rischia di mandare tutto all’aria.
Un altro punto in comune con le Cronache è l’assenza immediata di magia. La magia è presente nelle storie dei miti del passato, ma ormai è poco più che una storiella, una fantasia. Chi mai ha visto della magia in azione? Dai tempi del fondatore dell’impero non è mai stata vista alcuna magia.
Ma la magia c’è, e tornerà in vita nel corso del libro così come nelle Cronache.

Inoltre il libro è abbastanza epico.
All’inizio si parla dei miti del passato, le figure leggendarie che avevano segnato il mondo nelle epoche antiche, e alla fine quelle figure tornano presenti sulla scena, assieme ad altre figure, nuovi miti del mondo moderno.
Ci sono popoli talmente potenti da non essere praticamente umani, creature potentissime ed esotiche, magie tremende.
E ci sono gli Akaran, segnati dal destino e dal loro sangue. Chi è destinato alla magia, chi si scopre naturalmente dotato con la spada, chi è eccellente con l’arco. Tutti carismatici e in grado di attirare gente intorno a sè, tutti dotati e forti.
Punti a favore del libro
Durham ha preso parte dello stile di Martin creando un libro avvincente, con personaggi ai quali ci si affeziona facilmente e cattivi sfumati, ai quali non si può evitare di sentirsi talvolta vicini.
Ma il tutto è condensato. Non ci sono sette libroni, non ci sono capitoli per ogni cosa compreso un viaggio.
Il primo libro è dedicato a presentare i personaggi e a mettere in moto gli eventi, dopodichè negli altri libri è quasi solo azione. Non è completamente autoconclusivo, certo, visto che si tratta di una trilogia e che il finale prepara subito il terreno per il seguito. Ma la storia comincia e finisce, la trama è completa.
Inoltre non ci sono decine di protagonisti. Qui la cosa è chiara, i protagonisti sono i giovani Akaran. Oltre a loro sono pochi i punti di vista: Hanish, il capo dei Mein;  l’assassino; un generale di Acacia; il cancelliere. Ben poco oltre a questi. E l’avere i protagonisti ben delineati evita la grande dispersione delle Cronache, focalizzando su questi e su Hanish l’attenzione.

Punti negativi
Nel corso della prima parte del libro ci si trova spesso spaesati, si avverte un senso di lacuna. I cambi di pov implicano spesso un salto temporale, e quindi cose che prima stavano per essere fatte vengono poi mostrate come già compiute, ne vediamo in atto le conseguenze. Questo sembrerebbe una sorta di trucco del “il protagonista sviene e si sveglia a battaglia compiuta”, ma le battaglie vengono mostrate quindi è una cosa diversa.
Probabilmente è stato fatto per velocizzare la trama, per non risultare troppo dispersivo descrivendo nei dettagli ogni azione intrapresa. Probabilmente se non avesse fatto così si sarebbe trovato costretto a seguire le orme di Martin e questo libro sarebbe diventato due o tre libri.
Resta il fatto che inizialmente si avverte un leggero fastidio per questi salti, poi ci si fa l’abitudine comunque.

Giudizio generale
Positivo, molto positivo. Un Martin meno dispersivo, una trilogia che sarà una trilogia e sarà pubblicata rispettando le date… direi una sorta di Cronache condensate, non fosse che il tipo di scrittura dei due autori è ovviamente differente, che le storie sono diverse, che i dettagli sono diversi… non fraintendetemi, non è un rapporto come “Spada di Shannara – Signore degli anelli”.
Continuo a paragonarlo a Martin per le atmosfere, per le sensazioni che suscita, per lo stile. Ma a parte questo sono storie a sè stanti, sia ben chiaro.

Ah, il secondo libro della trilogia, The other lands, uscirà a settembre.

Voto: 4/5

Febbraio 25, 2009 Pubblicato da tanabrus | Durham David Anthony, libri | , , , | 7 Commenti

How I Met Your Mother

Ero indeciso se scrivere una brevissima guida all’utilizzo dei torrent -inutile per quasi tutti, immagino, ma ricordo i timori che ne avevo prima di cominciare a usare il torrente- o se parlare di Dexter.

Invece questa mattina la lettura del blog di Fed mi ha fatto ricordare di uno dei due telefilm dei quali da parecchio tempo volevo parlare ma di cui poi non ho mai parlato: How I met your mother (l’altro telefilm, che mi tengo per il futuro, è The Big Bang Thory).

Allora, trattasi di una sit-com che ricorda, per le dinamiche, la leggendaria Friends e le è infatti stata spesso accostata.
Cinque ragazzi, cinque amici che affrontano la sfida della vita a New York.
L’incipit della storia è nel futuro. Nell’anno 2030.
Due ragazzi sono costretti dal padre, voce fuori campo, a sedere sul divano per ascoltare la storia di come lui e la loro madre si siano conosciuti.
La storia sarà moooolto lunga…

Il protagonista è Ted Mosby, architetto.
Sogna il grande amore con il quale sposarsi e avere dei figli -oltre a una lista ben nutrita di altre qualità che tale donna dovrà avere, compresi i gusti in fatto di film- ed è questo il motore dell’intera serie, la sua ricerca-attesa della sua futura moglie.

Barney però è il personaggio che colpisce maggiormente. L’anima di gran parte delle gag comiche, quello che resta impresso agli spettatori.
E’ un personaggio tutto sommato enigmatico: degli altri sappiamo bene o male tutto riguardo al loro presente, di lui sappiamo invece ben poco. Sappiamo dove lavora, e sappiamo che è una persona influente. Sappiamo un poco della sua famiglia, e conosciamo un paio di episodi del suo passato.
Ma quando si entra nel dettaglio, la risposta a ogni domanda relativa al suo lavoro è una sola: Please…
La sua filosofia di vita è fondata sulla lotta contro il matrimonio e il prodigiarsi nel rimorchiare per una notte. Le sue idee assurde vanno quasi sempre a buon fine, grazie alla sua faccia tosta e alla sua personalità travolgente.
Si è prefisso come obbiettivo quello di rendere come sè Ted, malgrado la sua malsana idea riguardo allo sposarsi. E lo ha eletto, suo malgrado, sua spalla nelle uscite serali.
Si attiene a una sorta di codice morale che vuol far risalire all’alba dell’America, il Bro Code (pubblicato realmente), che regolamente il comportamento che dei “fratelli” devono tenere tra di loro. Cosa è consentito fare e cosa no, nelle situazioni più assurde possibili.

Marshall è il compagno di stanza di Ted fin dai tempi del college. E’ la stabilità fatta persona, almeno per la maggior parte del tempo. Avvocato, si è fidanzato con Lily al tempo del college e i due sono sempre rimasti insieme.

Lily è una maestra di asilo con la passione della pittura.
E a volte proprio nell’asilo vengono ambientate alcune scene, con i bambini intenti a fronteggiare Ted, Marshall o Barney.

Robin è l’ultima a unirsi al gruppo, proprio all’inizio della serrie.
E’ una giornalista televisiva, rifiuta l’idea del matrimonio o dell’avere figli, pensa totalmente alla carriera. L’esatto opposto del romantico Ted, e infatti i due finiranno nelle rispettive braccia…
E’ canadese, il che implicherà una sfilza infinita di battute riguardo il Canada. Come se da noi ci fosse una sit-com italiana con una giornalista francese. O pisana.

Per ora sono state trasmesse tre stagioni,  e al momento stanno trasmettendo la quarta anche se a rilento (entrambe le attrici, infatti, sono al momento incinte e gli autori hanno scelto di centellinare le trasmissioni).

E’ una serie bellissima, la risata è assicurata!
Consiglio ovviamente di guardarla in americano, eventualmente con i sottotitoli, per evitare brutte sorprese con le traduzioni nostrane (dopo aver letto un articolo sulla traduzione del primo episodio di Big Bang Theory mi rifiuto di guardare le serie in tv). Già il titolo dato alla serie in Italia (E alla fine arriva mamma) non mi piace affatto, e le voci non sono comparabili con quelle degli attori originali.

Voto: 4.5/5

Febbraio 23, 2009 Pubblicato da tanabrus | How I met your mother, Serie tv | | 7 Commenti